Non so, non so se era già scritto
oggi non salirò, resterò qui.
L’ascensore è morto,
un rivolo rosso tra i capelli
lenti spezzate sul pavimento.
Intrappolata nella tua pancia
di cemento, un buco inghiotte
la mia storia.
Una casa strada e neve
più in là brinda
calici tintinnano,
spumeggiano e ridono
perché l’ascensore non sale oggi!
Sospiro, non si deve avere paura
del peso del profumo dei fiori.
Di aver bisbigliato negli orecchi
dei bambini che non è bello essere
schiavi.
Non ho avuto paura di raccontare
chi non ha voce o calici per bere.
Non ho paura adesso qui riversa che tremo
e non vedo.
Prendi una posizione eretta
e sostienila.
La rabbia per l’ingiustizia
ha il sapore d’un foro di ferro rovente
che libera sangue
scivola e scioglie parole scritte
in muri di giornali.
Quelli non il sangue resteranno memoria
nello stagno dei ricordi.
Non ho tempo dinvocare,
l’ascensore è morto
restate eretti
devo andare.
Iride Enza Funari
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