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Le balle del Cremlino

IEssere ceceni a Mosca quando uccidono qualche avversario del Cremlino non è proprio semplice. Se siete dei criminali è probabile che finirete in galera con l’accusa di essere voi l’assassino. Le prove si troveranno, ma intanto l’importante è schiaffarvi in una cella sotto l’occhio di telecamere e fotografi.
Così è successo ai tempi dell’omicidio di Anna Politkovskaja. Così succede in queste ore per l’assassinio di Boris Nemtsov.
Il ceceno è stato d’altronde dipinto in questi anni in Russia come il cattivo per antonomasia. E molti ceceni dopo le due guerre contro i russi sono peraltro scappati un po’ in giro per in mondo a continuare guerre (per lo più con gli islamici più integralisti). Sono quindi i colpevoli perfetti. Come gli anarchici da noi, una volta.
È possibile che a sparare a Nemtsov sia stato davvero un ceceno. Magari pure quel gruppo di fuoco che le autorità russe si sono affrettate a mostrare in catene per rassicurare il paese. Come per la Politkovskaja anche per Nemtsov mancherà però un movente sul perché abbiano sparato. Perché poi lo facciano sempre con la stessa pistola (una Makarov 9mm per anni nella disponibilità della polizia e dell’esercito russo) rimarrà un mistero.
Probabilmente per Boris come per Anna saranno stati killer professionisti, che colpiscono e fuggono tranquilli. Anche a pochi passi dal Cremlino. Ma chi ha pagato questi e quei killer? Su ciò non c’è stato e mai ci sarà alcuna inchiesta. Sbattuto il mostro in prima pagina, il più è fatto.
L’importante è allontanare le nuvole nere dal Cremlino, allontanare ogni sospetto per l’eliminazione sistematica di voci critiche. Anche raccontando ipotesi surreali come quella che Nemtsov sia stato ucciso da ferventi islamici per aver appoggiato (da Mosca!) Charlie Hebdo (alla cui manifestazione di solidarietà a Parigi parteciparono, a sommo spregio della coerenza, anche rappresentanti di paesi dove la libertà di stampa è, diciamo così, carente, come la Russia).
Le balle rassicureranno quanti che si abbeverano alla propaganda televisiva del Cremlino. Ma siamo certi verranno respinte al mittente da quanti in questi ultimi mesi – con parecchio ritardo – hanno aperto gli occhi su quel che accade a Mosca.
Noi continueremo a vigilare. A chiedere giustizia. Per Boris, Anna e per tutti coloro che hanno perso la vita in questi anni. Ma anche per quanti continuano a finire in carcere solo perché criticano il regime.

A cento passi dal Cremlino

Proprio ieri sul “Venerdì di Repubblica” si poteva leggere un servizio sull’opposizione a Putin in difficoltà di fronte alla guerra tra Russia e Ucraina. Oggi opporsi a Putin – il succo dell’inchiesta – significa passare per nemici del nostro stesso paese.

Forse qualcosa, almeno nel manipolo che eroicamente si ribella al leader maximo che guida la Russia da più di due lustri, cambierà in queste ore. Nella notte è stato assassinato, su uno dei ponti moscoviti che portano al Cremlino Boris Nemstov. Classe 1957, liberale di razza, Nemtsov era stato vice primo ministro ai tempi di Eltsin ma da anni si opponeva allo strapotere di Putin, a questa democratura che – grazie a una massiccia propaganda televisiva – ha portato il paese alle guerre e allo sfascio economico.

Hanno sparato quattro colpi di pistola contro Nemtsov da un auto, mentre passeggiava con una giovane ucraina. Il tutto a poche ore dalla manifestazione anti-putiniana che l’opposizione ha convocato per il primo marzo.

Come per la Politkovskaja e Litvinenko, anche per l’assassinio di Nemtsov non sapremo mai la verità. A sparargli sicuramente un killer. Forse lui sì sarà arrestato, giusto per raccontare qualche balla in tv. Sui mandanti invece nessuno indagherà. Succede così da quando Putin è al potere. Continuerà a succedere finché Putin sarà al potere.

Anche Boris Nemtsov (che Annaviva aveva incontrato nel 2009 e 2011) è vittima di questo sistema. Anche se, come per Anna e Sasha, Putin dirà che è stato ucciso per mettere in cattiva luce il suo regime. Come se non bastasse, a tal fine, quanto lui stesso dice e, purtroppo,  fa ogni giorno.

Alla famiglia di Nemtsov, ai suoi amici dell’opposizione putiniana, l’associazione Annaviva esprime massimo cordoglio e vicinanza.

Ciao Boris, che la terra ti sia lieve.

Tornano le Pussy Riot. Pro Navalny

Il gruppo punk-rock femminista invita alla mobilitazione contro la condanna (politica) al blogger, oppositore di Putin. Condannato ha subito lasciato i domiciliari per andare a protestare sotto il Cremlino. Dove è stato nuovamente arrestato.
Mentre la crisi economica mette in ginocchio la Russia, il Cremlino cerca di mettere il bavaglio all’opposizione.

Facebook in aiuto del regime putiniano

Fa bene alla fine Vladimir Putin a ringraziare Facebook per avere eliminato le pagine che pubblicizzavano le manifestazioni che l’opposizione democratica sta organizzando in Russia per il 15 gennaio 2015. Quel giorno è prevista la decisione del tribunale sulla possibile condanna di Aleksej Navalny a 10 anni di carcere. Navalny, blogger anti-sistema, è uno dei principali oppositori al regime post-sovietico. Non importa quali siano le argomentazioni dell’accusa: in un paese dove manca la separazione tra politica e giustizia, questa serve solo a realizzare – penalmente – le volontà di chi comanda.

Per questo l’opposizione scenderà in piazza il 15 gennaio. Putin ha chiesto a Facebook di cancellare le pagine che pubblicizzavano quelle manifestazioni. E Facebook si è subito adeguata. Le manifestazioni non sono autorizzate perché è il regime che non le autorizza. Regime del quale Facebook si rende complice. Contro un’opposizione democratica e non violenta.

E non è la prima volta che il colosso dei social network si adatta alla censura putiniana. Nel solo 2014 sono stati ben 29 i contenuti rimossi da Facebook su richiesta del Cremlino. Che, di fronte a una crisi economica senza precedenti, ha sempre più paura.

Annaviva appoggia le manifestazioni delle opposizioni russe in sostegno di Navalny. E condanna il regime per la sua repressione e Facebook per il supporto.

Gli anni passano, le censure restano. Ma, come tutte le cose umane, prima o poi anche questo regime finirà.

Buon 2015 a tutti i democratici.

A tutti coloro che si oppongono ai regimi.

E alle loro patetiche censure.

Ucraina, Russia, Mogherini e noi

Lo sconfinamento delle truppe russe in territorio ucraino dimostra quello che Annaviva va dicendo da anni: la Russia di Putin è l’erede diretta dell’Unione sovietica pre Gorbaciov.
Non avevamo bisogno delle foto dei satelliti-spia per sapere del coinvolgimento diretto dei militari del Cremlino fuori dal territorio della Federazione Russa. Dai tempi della rivoluzione arancione, risulta chiaro che Putin considera l’Ucraina (come la Georgia, la Moldova e altri stati ex sovietici) niente più che il giardino di casa del Cremlino. Sono paesi autonomi, possono scegliere liberamente il loro destino. Solo se è lo stesso designato per loro dal Cremlino…
Anna Politkovskaja era stata facile profeta. Aveva immaginato che Putin avrebbe utilizzato la Cecenia come cartina di tornasole. Se nessuno avesse detto nulla, si sarebbe sentito legittimato ad andare avanti. In patria e all’estero. Proprio Anna era solita dire: “Ogni volta che un capo di stato europeo stringe la mano a Putin e’ come se mi sputassero in faccia”.
Di sputi in faccia in questi anni La Politkovskaja ne avrebbe ricevuti molti, troppi. Se non fosse stata ammazzata nel 2006 a Mosca. Da killer. Con committenti sconosciuti (ma immaginabili). Nel giorno del compleanno di Putin.
In queste ore si prospetta la nomina di Federica Mogherini a capo della diplomazia europea. Il ministro degli esteri italiano appena nominata invitò tutti al dialogo con Putin, volando poi al Cremlino. Suscitando le ire dei paesi confinanti con la Russia (che hanno ostacolato la sua nomina). Ci auguriamo che le ultime vicende (e pure le fotografie satellitari) possano indurre l’attuale leader della diplomazia italiana (in foto) a posizioni di fermezza verso la Russia di Putin. Colpendone, con sanzioni e dintorni, i vertici e non la popolazione.
Da italiani e amanti dei diritti umani, ne saremmo felici.

Putin vuole catechizzare i giovani russi

L’uomo forte della Russia insiste nel creare l’uomo nuovo post-sovietico. Putin ha chiesto infatti – in una riunione di governo – di preservare la gioventù russa dalle influenze straniere mentre “nel mondo si svolge una battaglia per conquistare i cuori e le menti attraverso l’influenza delle ideologie e delle informazioni”. Le stesse che, per quanto riguarda la maggior parte dei mass media russi, è lo stesso Cremlino a manipolare o indirizzare.

Putin ha parlato della necessità di “un lavoro sistematico costante, che può difendere il paese e i nostri giovani, contribuendo a rafforzare la solidarietà civile e l’armonia tra le nazionalità”. Insomma, vuole rinsaldare ancora di più il regime, approfittando del clima di euforia nazionalista scatenatodallo strisciante conflitto con l’Ucraina.

Nel corso della seduta del governo (i cui membri stanno al parlamento russo come i capi ultrà stanno alla curva) il ministro Vladimir Medinski ha presentato la “nuova politica culturale della Russia” e le – agghiaccianti – modifiche al sistema scolastico. Dice il ministro (su le mani, direbbero in curva): “Stiamo imparando più lingue straniere ora, che naturalmente è una buona cosa, ma ciò non deve andare a scapito dell’apprendimento della lingua russa, della nostra letteratura, della nostra storia comune”. Il ministro (fine pensatore) dice quindi che è meglio “non sostenere corsi di yoga e Feng shui”, ma “gli sport di lotta nazionale o i corsi di cucina nazionale”.

En passant, e giusto per fermarsi ai dettagli, ricordiamo che Putin è cintura nera di judo, arte marziale giapponese e non certo russa.

Stalin sarà sempre più descritto nei libri scolastici come un brav’uomo con cattiva stampa.

Identità islamica in crescita in Cecenia

Diana Markosian, Special for USA TODAY

SERZHEN-Yurt, Cecenia – Seda Makhagieva, 15 anni, ha dovuto lottare per indossare l’hijab, un foulard che alcuni musulmani dicono deve essere indossato dalle donne e le giovani ragazze. “La mia famiglia, in un primo momento, non mi aveva permesso di indossarlo,” dice la ragazzina cecena con il capo e il collo avvolti da una sciarpa color pastello, che nascondono ogni ciocca dei suoi lunghi capelli castani. “Dicevano che ero troppo giovane. Mia madre batteva me e mia sorella ogni giorno, ma non mi importava: io sono musulmana, ed è mio dovere indossarlo”. La metà delle ragazze della classe di nono grado di Seda nel villaggio ceceno di Serzhen-Yurt, nei pressi della capitale cecena Grozny, ora indossa l’hijab. Una rottura netta con la tradizione locale. Nelle generazioni passate, le donne sposate in Cecenia tenevano coperti i capelli solo con un piccolo foulard a forma di triangolo in segno di rispetto e pudore. Ma queste ragazze fanno parte di una nuova tendenza nella repubblica che ha visto due guerre negli ultimi decenni e un aumento del rispetto di norme musulmane fondamentaliste. Alcuni musulmani stanno combattendo contro di esse. “Io non volevo che indossassero l’hijab. Ho insistito, urlato e le ho persino picchiate“, ha detto la madre di Seda, Rosa Makhagieva di 45 anni, le cui tre figlie vestono tutte quante con larghi vestiti modesti. “Mio marito era contro di me. Diceva:«Se non consenti a loro di indossarlo, costringerò anche te a metterlo!»”. Anche se l’Islam arrivò nel Caucaso del Nord circa 500 anni fa, decenni di repressione religiosa sotto il comunismo hanno reso difficile mettere in pratica. Ora le moschee sono piene di fedeli ogni giorno, e l’hijab sta diventando sempre più popolare. Molti ceceni stanno accogliendo il risveglio islamico dopo quasi due decenni di brutale guerra contro le truppe russe in cui sono stati uccisi circa 200.000 ceceni. Per i ceceni più giovani, l’Islam sta diventando la pietra angolare dell’identità, in sostituzione degli orrori che hanno vissuto, come –per esempio – la vita toccata in sorte ai rifugiati che vivono in tende e supermercati abbandonati nelle repubbliche confinanti del Dagestan e dell’Inguscezia. “Questa generazione ha perso la sua infanzia a causa della guerra”, ha detto l’imam Yasrayel Ayubov di Serzhen-Yurt, che ha nove moschee per i suoi 5.000 residenti. “La loro formazione è stata interrotta, e sono cresciuti durante la notte. Eppure, riguardo all’Islam, i giovani sono molto più istruiti e attenti rispetto alla generazione precedente.” Da quando, nel 2007, è stato nominato dal Cremlino leader ceceno, Ramzan Kadyrov, 35 anni, ha cercato aggressivamente di presentare la Cecenia come la nuova emergente regione musulmana della Federazione Russa. Il suo governo ha avviato una campagna aggressiva per promuovere l’Islam e per rafforzare le tradizioni cecene. In tutta la Repubblica stanno spuntando fuori decine di moschee e istituzioni islamiche, mentre le stazioni televisive locali stanno accrescendo il volume della programmazione dedicata alla identità islamica della Cecenia. “Oggi la Cecenia si posiziona attivamente non solo come una parte relativamente autonoma della Federazione Russa, ma anche come centro musulmano”, ha detto l’analista russo Nikolai Petrov del Carnegie Moscow Center. Nonostante la separazione tra Chiesa e Stato in base al diritto russo, le scuole cecene ora devono promuovere l’Islam. Ci sono aule di preghiera in quasi ogni scuola e un rigoroso codice di abbigliamento, che costringe tutte le studentesse a coprirsi il capo a scuola. Molti non condividono queste decisioni. “Non ne capisco il senso. Non cambia nulla se ci si copre la testa a scuola”, ha detto Khadizhad Barshigova, 14 anni, che ama ascoltare la musica pop e guardare commedie americane. Il processo di islamizzazione in principio è stato spontaneo. Le donne che indossavano il velo sono stati premiate con un premio. Ora tutte le donne e le ragazze, a prescindere dalla loro religione, devono rispettare il codice d’abbigliamento islamico, indossando un copricapo, maniche lunghe e gonne sotto il ginocchio nelle scuole pubbliche e negli edifici governativi. Coloro che si rifiutano diventano bersagli. Human Rights Watch ha pubblicato un rapporto che documenta un’ondata di attacchi contro le donne senza copricapo, l’anno scorso. Alcune ragazze hanno riferito di essere state molestate, alcuni anche percosse, per non aver osservato il codice di abbigliamento islamico. L’alcol adesso è vietato a tutti, e le autorità incoraggiano a prendere più mogli. Nei saloni per capelli e nelle palestre la divisione di sale per soli uomini e sale per sole donne sta diventando la norma. Molti musulmani qui si oppongono a quella che chiamano un’interpretazione errata della legge islamica. “Non tutti hanno reagito bene”, ha detto l’insegnante Malika Taramova, 20anni. “Ora gira la voce che presto tutti gli insegnanti dovranno indossare un hijab. I miei genitori mi hanno detto che mi proibiranno di lavorare ancora, se questo accadrà davvero”. All’interno della palestra del liceo di Seda, un gruppo di ragazzi palleggia con un pallone da basket mentre quattro ragazze vestite con lunghe gonne fluenti e con le teste avvolte in sciarpe li osservano con sguardo assente dagli spalti. “Ragazze, non dovete restarvene lì – grida Vakha Dzhamarzaev, allenatore nella palestra della scuola. “Su, andiamo!”. Seda e le altre tre ragazze ridacchiano come se avessero scambiato l’ora in palestra per un’ora di gossip. “È sempre più difficile insegnare loro”, ha detto Dzhamarzaev. “Le ragazze non indossano le loro uniformi da ginnastica perché si sentono a disagio assieme ai ragazzi. Questo non è mai accaduto prima”. Nella caffetteria della scuola, le ragazze discutono di ragazzi e Islam. Poche hanno l’ambizione di andare al college o farsi una carriera. Però tutte hanno fidanzati stabili che sono “veri” musulmani. “Ti raccontiamo un segreto”, mi dice Khedi Konchiyeva, 15 anni, a bassa voce. “Ci piacciono i ragazzi, ma seguiamo le regole dell’Islam. Allah ci ringrazierà nella prossima vita”.

Trad. di Massimo Ceresa

http://www.usatoday.com/news/world/story/2012-03-21/chechnya-islamic-revival/53693048/1

Annaviva incontra le opposizioni russe

Mentre a Mosca l’opposizione è proprio ora in piazza contro la rielezione di Vladimir Putin, a Milano il 10 maggio Annaviva ha organizzato un importante incontro con Denis Bilunov, membro del Comitato Esecutivo del Movimento Solidarnost, e il giornalista Andrea Riscassi, in queste ore nella capitale russa per documentare le manifestazioni di protesta.

L’appuntamento è giovedì 10 maggio alle 21 alla Libreria Popolare in via Tadino 18, Milano.

Il 7 maggio Vladimir Putin varcherà per la terza volta la soglia del Cremlino per ricevere la nomina a Presidente della Federazione Russa, conquistata vincendo al primo turno le elezioni del 4 marzo scorso.

Elezioni su cui pesa il giudizio di gravi irregolarità nello spoglio denunciato dagli osservatori dell’OCSE, tra cui il deputato italiano Matteo Mecacci, che ha direttamente riscontrato, tra l’altro, la situazione di un seggio elettorale di un ospedale in cui i pazienti registrati erano 139 e i votanti 383. (http://twitter.com/#!/MatteoMecacci/status/176406283296059392/photo/1)

La novità di queste ultime elezioni russe non consiste tanto nel risultato (scontato), quanto nella reazione di tante persone che hanno manifestato civilmente e pubblicamente il loro profondo dissenso.

Nel corso degli ultimi due viaggi di turismo responsabile a Mosca, Annaviva è stata testimone oculare del coraggio e della determinazione che ha spinto un così gran numero di persone a scendere in piazza contro quello che è ormai acclarato come il Regime di Putin.

Vi aspettiamo!