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Putin e la destabilizzazione dell’Ucraina (parola di Herta Müller)

Quello che sta succedendo in Ucraina è mostruoso. Già il primo passo, l’annessione della Crimea, era inaccettabile. Ma la destabilizzazione della regione più ricca dell’Ucraina prosegue. Putin si fa forte di una propaganda antifascista, ma i suoi valori sono di estrema destra. Vede nemici dappertutto. Perché è di nemici che ha bisogno ogni dittatore per poter giustificare la violazione dei diritti umani. Putin poi è un esperto di destabilizzazione: ha agenti specializzati, coltiva separatisti. In fondo non vuole davvero riprendersi l’Ucraina: lui vuole soltanto che sia destabilizzata abbastanza da non poter entrare nell’Ue. È diabolico. (…) D’altra parte Putin arriva dal KGB, e non conosce altro se non quel mondo.
Il premio Nobel Herta Müller intervistata da Andrea Bajani, Repubblica, 11 luglio 2014

Che fare della Crimea? La Las Vegas russa!

Mentre Putin e il fedele ministro dell’istruzione cercano di bandire la cultura straniera dalle scuole russe, la Duma decide di importare uno dei peggiori vizi dell’Occidente (anzi, degli States): le città-casinò.

La camera bassa russa ha infatti approvato un progetto di legge per la creazione di zone dedicate al gioco d’azzardo in Ucraina, penisola ucraina annessa a marzo.

La stessa idea verrebbe estesa a Sochi, località sul Mar Nero dove si sono svolte le recenti Olimpiadi invernali.

Alè, come dice un giornalista da quattro milioni di euro.

UCRAINA, RUSSIA E CRIMEA: E ADESSO CHE SUCCEDE?

UcrainaL’altra sera si è tenuta la conferenza UCRAINA, RUSSIA E CRIMEA: E ADESSO CHE SUCCEDE? presso l’Associazione Italia-Russia a Milano. Sono intervenuti Aldo Ferrari, docente di Storia del Caucaso all’Università Ca’ Foscari; Eliseo Bertolasi, dottorando di ricerca in Antropologia culturale all’Università di Milano e Alessandro Vitale docente di Analisi della Politica Estera e di Relazioni Internazionali all’Università degli Studi di Milano.

Si è parlato dell’irrisolta questione ucraina, dei rischi e dei problemi che sta portando. Una tematica molto calda che ha scaldato anche molti presenti tra il pubblico, che al momento delle domande finali hanno dibattuto con i relatori in modo molto accalorato. Sala piena. Superfluo dire che è stato interessantissimo.

Siamo testimoni di eventi così delicati e indecifrabili che ho voluto prendere nota della testimonianza inedita presentata e dei discorsi fatti. Quindi per chi vuole sotto trova un approfondimento.

Intervento di Aldo Ferrari
Stiamo assistendo ad una forte polarizzazione delle posizioni, la tendenza è quella di affrontare la questione con un atteggiamento non solo appassionato, ma tifoso, magari lasciandosi trascinare da idiosincrasie e uscite fuori luogo. Questo è molto grave.

Cercheremo di dare un quadro non completo di una situazione estremamente difficile da interpretare e giudicare. Non pretendiamo di dare una risposta, che non credo esista, ma vorremmo fornire elementi di approfondimento. Quello che leggiamo sui media spesso è molto condizionato da pregiudizi e appiattimento.

Intervento di Eliseo Bertolasi
Ha raccolto video e interviste della sua testimonianza diretta. E’ stato sul posto 3 volte per seguire la vicenda. A dicembre, febbraio e aprile.

Ha mostrato e descritto un primo filmato: una piazza animata da protesta spontanea e dal desiderio di vedere il proprio paese avvicinarsi alla Unione Europea e in cui si percepisce il sentimento anti-Yanukovich. Alla domanda: “Perché volete la UE?” si sentiva rispondere che ciò avrebbe significato lavoro, vacanze, stipendi più alti. In Maidan molti manifestanti dalle zone occidentali vivevano ormai fissi lì.

Si vede nel video anche una manifestazione pro-Yanukovich (qui si parlava in russo nei comizi, mentre là in ucraino) con molta meno gente, perché dal Donbas si spostano meno dal lavoro.

Eliseo Bertolasi è tornato in febbraio, proprio nella settimana in cui poi è caduto Yanukovich.

Tornato in Maidan, trova barricate costruite dai manifestanti che, a distanza di due mesi, si presentano come milizianti: migliaia di persone che non litigano tra loro e che sono estremamente organizzate. In Maidan si poteva vivere, veniva costantemente distribuito del cibo e ogni altro bene.

Si vede nel video la polizia che sfonda le barricate arrivando verso la piazza. I manifestanti, per fermare l’attacco, iniziano a costruire un fronte infuocato e così inizia la battaglia notturna. Le immagini sono inquietanti: preti che durante la notte supportano i presenti con i loro canti e il fuoco in piena notte, bombe molotov e granate. Sembra un inferno. Non c’erano sul palco i leader ma i preti. C’era persino Radio Maria ucraina.

Da notare è che in piazza non è mai stato fatto un discorso analitico, che considerasse pro e contro dell’ingresso in Europa, non si è mai affrontata la questione in termini pragmatici, ma solo in termini di nazionalismo e di sentimento. Questa incongruenza è molto evidente.

I combattimenti durano una giornata e mezza. La polizia non può fare la carica. Il selciato è del tutto sollevato per ricavarne pietre. Si vede che tra i manifestanti c’erano compiti e direttive ben precise per mantenere solide le barricate. Vengono bruciati copertoni e l’odore è insopportabile. Si improvvisano catapulte.

Il testimone ha visto poche armi da fuoco, solo qualche pistola. In fondo si vedono i riflettori della polizia e una viva linea di fuoco che attraversa tutta Maidan.

Centinaia di feriti vengono soccorsi, si erano organizzati anche a livello di pronto intervento.

La Piazza appare devastata, le preghiere continuano. Il giorno seguente la polizia si ritira e la barricata viene ricostruita.

I cecchini iniziano a sparare sulla folla, ma anche sulla polizia, senza distinzione. La Piazza è di nuovo in mano ai manifestanti. Poi i funerali di chi è caduto sotto i cecchini.

Viaggio di aprile a Donbas. La zona è blindata, presa dai manifestanti in protesta, nata dagli atteggiamenti del nuovo governo di Kiev verso la popolazione dell’est ucraina, centinaia di chilometri da Kharkov fino ad Odessa, con Lugansk, Donetsk, Mariuopol. I civili supportano i manifestanti, le persone gridano “Rossia Rossia” e vogliono l’unità con la Russia, perché non si percepiscono ucraini: sarebbe difficile portare avanti la protesta se fosse solo opera di facinorosi.

Quando il nuovo governo ha manifestato la sua russofobia (vietando il russo, chiudendo i confini regionali senza considerare che molti hanno parenti a Ovest) le persone sono state toccate nel profondo, perciò non si astengono dalla protesta.

Questa zona è il polmone dell’Ucraina, e l’ingresso in Europa sarebbe per loro un grande problema, essendo elevate qui le esportazioni verso la Russia.

Qui si parla di terroristi, ma loro si definiscono difensori che vogliono solo l’autonomia e poter parlare russo con un rapporto di fraterna amicizia con la Russia.

La zona intorno a Sloviansk è in mano alle forze di Kiev, con coprifuoco serale. Gli attacchi avvengono solo di notte quando non ci sono civili in mezzo ai difensori, rappresentati dalla Samo-oborona (circa 250 persone) cioè giovanissimi e anziani; e poi dalla parte più strutturata, un battaglione che arriva dalla Crimea. Il testimone non ha visto russi. I combattimenti non avvengono in città ma nei posti di blocco.

A Kromatorsk il testimone rimane bloccato. La mattina di sabato 3 maggio giungono i reparti speciali ucraini. In città ci si aspetta un attacco dalle forze di Kiev quindi iniziano a far ritirare la gente in casa, ma tutti invece escono in piazza e si uniscono alle truppe per difendere la città, perciò l’attacco è sospeso.

Un altro dettaglio è la grossa componente ideologica: dicono di non volere i fascisti. Le posizioni sono talmente radicalizzate che non si riesce a trovare un dialogo. La componente nazionalista è molto forte, si cantano canzoni patriottiche e si vede spesso la bandiera della repubblica autonoma del Donbas: come quella russa, ma la terza striscia è nera come il carbone, a simboleggiare la loro maggior ricchezza.

Si sente dire: “i nostri nonni hanno cacciato i fascisti fino a Berlino noi riusciremo a cacciarli dal Donbas!”.

Insieme alle barricate che bloccano la città ci sono 3 blindati.

Eliseo Bertolasi alla fine è riuscito a liberarsi, era l’unico giornalista italiano sul posto.

Intervento di Alessandro Vitale
Ha parlato dei problemi di integrazione e disgregazione. Ha ripetuto che nessuno ha la verità in tasca, nemmeno gli analisti con i più seri strumenti.

Vediamo ora l’ombra lunga dell’impero che mostra e mostrerà ancora a lungo i suoi strascichi.

La tendenza principale è quella imperialistica. Da parte della Russia c’è forte pressione di matrice staliniana: evitare che le regioni siano indipendenti e l’Ucraina non è mai stata accettata come nazione distaccata. Dal punto di vista economico, il Paese è reso in miseria e di questo è responsabile anche l’Europa che l’ha esclusa irrigidendo le dogane.

Non c’è la possibilità di esportare in Europa e la stagnazione economica porta a quella politica.

Questo irrigidimento progressivo e il protezionismo economico hanno portato le minoranze interne a vedere nella Russia (che pure non ha un sistema economico funzionante) una via di salvezza.

Come sono state realizzate queste dipendenze? L’Ucraina fin dall’inizio non è stata ridisegnata in modo confederale creando entità pluri-etniche autogovernate (molti progetti lo proponevano e prevedevano che altrimenti si sarebbe arrivati al conflitto) quindi è naturale che si finisca per rivendicare con rigidità le proprie separazioni interne. L’Ucraina non ha quell’unità e omogeneità che servirebbero per tenere in piedi una nazione così come è stata creata dopo la caduta dell’URSS.

Nei sistemi nati dalle rovine degli imperi purtroppo non si tiene mai conto della diversità. Esiste una varietà straordinaria di possibilità moderne per affrontare situazioni simili. Ma ora è ormai tardi, le zone sono troppo polarizzate.

L’uso strumentale dei media induce all’esplosione dei nazionalismi e fino a pochi mesi fa simili tensioni non erano pensabili. Non così forti almeno, non così radicalizzate e polarizzate. La questione è ormai gravissima e il contributo della comunità internazionale è stato più che altro deleterio.

Ormai troppo sangue è stato versato, è improbabile che si riesca a tornare indietro. Pare che in Donbas abbiano detto addio all’Ucraina.

Irene

Alluvione in Russia, tutta colpa della pioggia?

“I gerarchi si sono impantanati in ogni fase dell’alluvione di Kuban (Russia, piccola regione sul fiume omonimo). Le dimensioni del disastro avrebbero potuto essere minori se nelle province colpite fosse esistito un governo locale attivo”. Questo è l’inizio della traduzione di un articolo di Gazeta.ru fatta da Cristian Zinfolino per Bibrinews.
“Se Tkačev lavora realmente, già da tre giorni, come un vero governatore della regione, allora sorge spontanea una domanda: i poteri locali cosa fanno in queste situazioni? Per quale motivo le autorità locali hanno dimostrato alla gente di non saper lavorare nelle situazioni critiche?” – sebbene la solennità, con cui il governatore della Kraj di Krasnodar esprime il proprio giudizio su di sé in terza persona, risulta comica dalle labbra dello stesso, la cui amministrazione costantemente è accompagnata da fallimenti e scandali, si può essere d’accordo con lui. L’impotenza, l’irresponsabilita e il cinismo dell’autorità e dei servizi locali nella regione Crimea di Kuban è andata oltre il consentito.

Tkačev ha ragione a lamentarsi. Ma è necessario aggiungere che i funzionari che hanno fallito sono suoi diretti dipendenti. Inoltre, hanno adempito ai loro doveri, se non per sua diretta scelta, almeno con il suo consenso. Il sindaco di Krymsk, Ulanovskij, eletto solo due mesi fa in un’atmosfera buona che lo dava come favorito, e il capo della provincia di Krymsk, Krut’ko, sono compagni di partito del governatore e del tutto asserviti a lui come i funzionari subordinati dei gerarchi lo sono ai funzionari superiori. Anche se, formalmente, gli organi locali di governo non sono inclusi nella gerarchia, praticamente sono invischiati in essa.

Stizzito il governatore di Kuban ha licenziato il direttore della polizia provinciale Krut’ko. Per quanto riguarda Ulonovskij, la decisione sul suo destino lavorativo è stato ancora rinviato solamente perché la campagna elettorale imprevista, per l’elezione del nuovo sindaco, è una questione che richiede una precisa riflessione di governo.

Il fallimento dei presunti leader delle popolazioni locali è evidente.

Tra l’altro, Vasilij Krut’ko, alla vigilia del suo licenziamento e successiva partenza verso una meta sconosciuta, è riuscito anche, con tutto il patos dei burocrati, nemici nati di qualsiasi spirito d’iniziativa, a denunciare i volontari arrivati in soccorso nella provincia di Krymsk per il tentativo di aver “incentivato il caos e aggravato la situazione”.

Ma questi funzionari avrebbero potuto fare qualcosa di più, oltre che cadere nella confusione più totale, del tutto compatibile con la salvezza dalla catastrofe, delle loro famiglie e proprietà?

In ogni situazione, compresa quella che riguarda la minaccia di catastrofi naturali, il potere gerarchico deve richiedere al suo personale di rispettare, anche se assurdo in apparenza, le sue logiche procedure. Per questo è anche una gerarchia. Insomma: se succede qualcosa, a esempio un possibile pericolo di alluvione, l’ufficio meteo locale informa le autorità provinciali a riguardo; le autorità provinciali chiedono cosa fare alle autorità della kraj, preferibilmente al governatore; e il governatore si rivolge a Mosca, preferibilmente al presidente. Il presidente, con il coinvoglimento di tutte le sezioni interessate, analizza la questione e impartisce degli ordini inevitabili (ad esempio, suonare la campana, informare la popolazione locale attravero i bollettini in Tv, concentrare in città una suddivisione del Comitato Operativo per l’Emergenza, e così via). Questi ordini vengono dati a subordinati, nelle province, e solo dopo di essi vengono messi in atto dalle autorità locali.

Se il ritmo degli eventi non permettesse di conformarsi alla presente procedura, le autorità locali spesso cercano di non fare nulla. O, in casi più rari, se si tratta di persone importanti, tifate dai loro concittadini, sono pronte a snobbare una possibile ira delle autorità superiori per la loro felicità, lottano contro le forze della natura a proprio rischio e pericolo, anche a dispetto di ogni etica. Ma non tutti possono essere degli eroi.

Tutto questo riassunto non è poi così lontano dal non essere una barzelletta, come sembra. L’incapacità di reazione alla famosa nevicata che colpì San Pietroburgo nel 2009-2010 trova una spiegazione proprio nel fatto che la nevicata è caduta in città a fine dicembre – proprio quando la gran parte dei dirigenti della città si è messa in viaggio per mete più calde per le tradizionali vacanze natalizie.

I funzionari rimasti a San Pietroburgo non sapevano a chi rivolgersi per togliere la neve dalle strade. Quindi, in ogni caso, hanno rinunciato a improvvisare e due settimane di nevicate straordinarie hanno prodotto un fruscìo di carte nelle riunioni di pronto intervento. E a prima vista, hanno proceduto in modo del tutto razionale, a giudicare dal punto di vista dei loro personali interessi d’ufficio. Difatti, alla fine a San Pietroburgo si è dovuto cambiare il governatore, e il governatore ha cambiato completamente tutti i funzionari, compresi quelli consapevoli del fatto di dover rimozione la neve.

Il potere gerarchico dai suoi soggetti passivi vuole obbedienza, un essere leccapiedi, una mancanza di iniziativa, ma come si scopre nel corso del tempo, non da loro garanzie di carriera, e inoltre cerca di dare loro la colpa per il proprio sistema fallimentare.

D’altronde questo è solo il rischio professionale dei burocrati. Ma per milioni di persone comuni è un problema costante, che si trasforma a volte in un grande disastro. Questa è la quasi totale assenza del nostro governo. L’assenza di persone, selezionate dal loro ambiente, che si occupino dei bisogni quotidiani della gente locale e solo davanti a loro dare delle risposte. Non filtrate dall’alto dai deputati-imitatori, da agenti del potere senza cervello, non mandati “per nutrire” i signori feudali, ma i loro rappresentanti veri, per i quali il rispetto dei connazionali non sono parole vuote.

Se gli abitanti di Krymsk e delle zone circostanti avessero una tale rappresentanza, forse non penserebbe in anticipo a come risolvere la minaccia di inondazioni? E magari diserterebbero con vergogna tale, da lasciare i loro concittadini in difficoltà?

Il governo locale senza alcuna autorità si impegna in alta politica. I suoi obiettivi sono puramente mondani. Ma è il fondamento di ogni democrazia vivente. Forse è proprio per questo che la giurisdizione della gerarchia in ogni villaggio è l’ossessione del sistema di potere, che non si cura dei sempre più persistenti fallimenti”.

A quando la prossima alluvione in Russia?