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giardino dei giusti

Oggi l’albero per Anna Politkovskaja nel Giardino dei Giusti di Varsavia

Alle 12 l’inaugurazione del Giardino a Varsavia. Annaviva era stata invitata, ma per un problema di voli non potrà essere presente Andrea Riscassi, uno dei suoi fondatori. Pubblichiamo l’intervento di saluto che aveva fatto e che verrà letto.

È con entusiasmo e con fiducia nel futuro che come fondatore dell’associazione Annaviva di Milano partecipo all’inaugurazione del Giardino dei Giusti di Varsavia.
La nostra associazione, nata nel 2008 per ricordare Anna Politkovskaja e portare avanti le sue battaglie, è stata – nel suo piccolo – protagonista di tante iniziative. Molte delle quali per preservare la Memoria, quella com la M maiuscola.
Per questo abbiamo collaborato con Gariwo per non dimenticare la Politkovskaja e gli altri Giusti che sono finalmente commemorati nel Giardino dei Giusti di Milano.
Abbiamo voluto fare di più e, con una raccolta firme, siamo riusciti a ottenere, nel 2013, un Giardino per Anna Politkovskaja. Chi il prossimo anno verrà a Milano per Expo potrà, in fondo a corso Como, sedersi in uno spazio verde dedicato alla grande giornalista russa, uccisa per il suo lavoro. Di denuncia. Di coraggio.
Lo stesso coraggio che si commemora il 5 giugno a Varsavia, in questo nuovo Giardino dei Giusti che sorge nel distretto di Wola, nell’area in cui si trovava il Ghetto. Rivoli di (drammatiche) storie che si uniscono. Per dare forza a chi è ancora qui a lottare.
Credo infatti che la Memoria di cui parlavo, quella contro i totalitarismi, contro le dittature, contro i fanatismi, sia il bene più prezioso da tutelare da noi e da chi verrà dopo di noi. L’Europa, per la quale c’è chi combatte e muore in queste ore in Ucraina, non può e non deve essere solo quella legata a freddi criteri economici. Ma è soprattutto quella dei cittadini, del loro spirito, della loro dignità.
Da Milano a Varsavia. Senza dimenticare Kiev e chi coltiva un sogno europeo. Di pace e dignità.

Andrea Riscassi, fondatore associazione Annaviva

Annaviva compie 6 anni. Aiutateci a diventare grandi

annavivaSei anni fa, il 9 maggio del 2008, nasceva a Milano Annaviva. 9 maggio, giornata della Vittoria, in Russia e non solo.

In questi anni l’associazione che vuole ricordare Anna Politkovskaja e portare avanti le sue battaglie, è stata – nel suo piccolo – protagonista di molte iniziative. Abbiamo lanciato raccolte firme per non dimenticare Anna e pensiamo di essere riusciti nell’intento: a Milano e Brescia la giornalista ha un albero alla memoria e a Ferrara le è stata dedicata una strada.

Dallo scorso anno, sempre dopo una mobilitazione di Annaviva, alla Politkovskaja sono stati dedicati i giardini di Corso Como a Milano. A tutte le cerimonie di inaugurazione hanno partecipato (da noi invitati) famigliari di Anna o suoi colleghi della Novaja Gazeta.

Abbiamo organizzato iniziative pubbliche contro la guerra in Georgia, per la liberazione di detenuti politici in Russia, a favore delle Pussy Riot, in sostegno delle opposizioni al regime putiniano, contro l’omofobia durante le recenti Olimpiadi, per la libertà di stampa in Ungheria e la libertà in generale in Bielorussia.

Abbiamo organizzato viaggi di turismo responsabile, soprattutto nei periodi elettorali, a Mosca, Kiev, Varsavia e Budapest.

L’ultima iniziativa milanese, pochi giorni fa, nella nostra “sede”, la Libreria popolare di via Tadino 18, per capire dove sta andando l’Ucraina.

Il nostro sguardo è sempre stato rivolto verso l’Europa orientale. Da quel confine passa, a nostro giudizio, il futuro dell’intero continente. Che non merita di essere dominato da tiranni da quattro soldi (ma con solida preparazione dittatoriale) e da leader politici pavidi e attenti solo al loro (provvisorio) orticello elettorale.

Nel giorno del nostro sesto compleanno chiediamo a chi ha voglia e tempo e magari anche soldi (le iniziative costano, invitare ospiti stranieri costa, affittare teatri e cinema costa) di darci una mano. Iscrivetevi, aiutateci.

È il momento giusto.

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Six years ago, on the 9th of May 2008, the association Annaviva was founded in Milan. The 9th of May: Victory day not only in Russia.

In these years, the association, which aims to remember Anna Politkovskaya and carry on her fights, was the promoter of a lot of activities.

We have launched signature-collections not to forgive Anna and we succeeded in it: a tree in Anna’s memory was planted in Milan and Brescia and a street was named after her in Ferrara. In 2013, thanks to Annaviva mobilization, also the gardens in Corso como in Milan were named after her. Anna’s relatives and her colleagues from the Novaja Gazeta always took part to the opening ceremonies, since Annaviva invited them.

We organized lots of public events against Georgia war, for the freedom of political prisoners in Russia, supporting the Pussy Riot and all the opposition parties to the regime of Putin, against the homophobia during the last Olympic games, for the freedom of the press in Hungery and the freedom in Bielorussia.

We are promoters of responsible tourism especially in election times, we went to Moscow, Kiev, Warsaw, Bdapest.

At Libreria Popolare di Via Tadino in Milano, we recently promoted a debate to understand where Ukraine is going.

Our eyes always stare at Eastern Europe. From this border, you can see the future of the whole continent, which doesn’t deserve to be dominated by dictators and political leaders, who only look after their own business.

On the day of our 6th birthday, we ask people, who want and have some time and money, to help us. All our activities have costs: to invite foreign guests, rent cinemas and theatres…. Sign up, help us.

This is the right time to do it.

 

Reportage a Cernobyl di “Novaja Gazeta”

CernobylNei diversi anni il “sarcofago” è stato ora sinonimo di tragedia, ora di eroismo, ora di ricatto governativo. Oggi è messo alla prova da ingenti quantità di soldi.

Non i robot
Chi e quando per la prima volta abbia chiamato “sarcofago” l’impianto di “copertura” sopra il quarto reattore esploso della centrale nucleare di Cernobyl, non sono riuscita a scoprirlo. Alla centrale sono sicuri: furono i giornalisti a chiamarlo così. Hanno creato un’immagine simbolo.
Il “sarcofago” venne innalzato alla fine del 1986, sette mesi dopo l’incidente, appoggiando sulle costruzioni rimaste in piedi tonnellate di cemento. All’interno vi rimasero rinchiuse le masse di combustibile nucleare, la polvere radioattiva e l’acqua radioattiva. Quest’ultima si trattava dell’acqua piovana che passava attraverso le crepe e i buchi del tetto e le giunture dell’impianto. Il sarcofago venne costruito a ritmi pazzeschi, con tanti sacrifici, tuttavia il risultato non sarebbe potuto essere diverso. Dalle fessure fuoruscivano le radiazioni.
– All’inizio nel mezzo dell’impianto vi andarono degli uomini, la spedizione dell’istituto Kurčatov, per stabilire in modo non solamente matematico dove di preciso si trovasse e quanto combustibile nucleare fosse rimasto. Circa 200 tonnellate si trovano ancora qui…
Il puntatore scorre lungo le parti interne del plastico della centrale nucleare. Julija Marusič, l’addetta del reparto dei rapporti internazionali e d’informazione della centrale di Cernobyl, sta conducendo una visita nel padiglione dimostrativo, che è anche la sala d’osservazione per gli ospiti. Dietro la grande vetrata, la cui bellezza è un po’ rovinata dagli adesivi “Fotografie e riprese sono categoricamente vietate!”, si staglia nel suo grigiore l’impianto di “copertura”, quello autentico.

– Un fatto è noto: la lastra inferiore del reattore era bruciata e il combustibile liquefatto aveva cominciato a spostarsi. C’era la concreta minaccia che tutto potesse andare a finire nel terreno, nelle acque sotterranee. Allora sotto l’edificio del quarto reattore, dalla parte del terzo, venne tracciato un tunnel. Si era programmato di riempirlo di azoto liquido. Ma poi non ci fu bisogno di farlo, perché le masse contenenti combustibile nucleare si arrestarono spontaneamente nei locali sotto il reattore. E la temperatura cominciò a scendere molto velocemente, molto bruscamente. Letteralmente da 2.000 gradi Celsius a 50. Ancora oggi misuriamo i parametri della temperatura. Sotto il reattore, sotto la superficie del combustibile, alla distanza di due metri, di un metro, ci sono i sensori.

Li installarono i robot?
Purtroppo, gli uomini. Essi trivellarono dei fori nei locali corrispondenti e vi si calarono.

I sensori sono ancora utilizzabili?
Sì, funzionano ancora. Rilevano la temperatura, l’umidità, la potenza del flusso di neutroni, la potenza delle dosi dei raggi gamma. Proprio di recente, a fine 2011, è stato messo in funzione un sistema di controllo automatico della “copertura”, sono comparsi dei sensori moderni. L’impianto ne è costellato nei suoi vari livelli. Ora viene tenuto sotto controllo anche l’andamento delle costruzioni in corso. Sempre in funzione dell’innalzamento della sicurezza del personale. In precedenza inclinazioni e spostamenti si potevano rilevare solo a livello visuale: cioè gli uomini vi andavano dentro… Un altro settore è quello del controllo sismologico, che è diventato molto attuale dopo Fukushima. Il progetto è integrato nella sfera di iniziative previste per la costruzione del nuovo “confinement” (dall’inglese “isolamento”, “privazione della libertà”), finanziato dalla Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo e da una serie di paesi donatori, tutti rappresentati nella nostra esposizione.

Nel 2011 ovviamente saranno state adottate tecnologie robotizzate?
I robot purtroppo non hanno resistito. Gli elevati campi radioattivi hanno fatto andare l’elettronica fuori uso. E inoltre ci sono degli ostacoli squisitamente fisici: parte dei locali sono ingombri, altri riempiti di cemento. Hanno trivellato le fessure…
La stabilizzazione della “Copertura” è costata 50 milioni di dollari. A oggi questo è l’unico progetto completato nell’area della centrale di Cernobyl, realizzato con finanziamenti internazionali.

Il pagamento per la paura
Del fatto che la tenuta del “sarcofago” fosse stata calcolata per tre decenni al massimo e che poi sarebbero servite nuove idee, se ne iniziò a parlare attivamente fin dall’inizio nel 1992, con il rapporto del professor Pellerein, atomico francese che aveva visitato la centrale. Nel giugno di quell’anno, per iniziativa del governo ucraino venne indetto un concorso internazionale per la trasformazione della “Copertura” in un impianto ecologicamente sicuro. I risultati vennero decisi a lungo. L’appalto venne infine assegnato alla compagnia francese Kampenon Bernard. Nella fase d’acquisizione delle basi tecnico-economiche, vennero stanziati 3 milioni di Ecu tramite il programma TACIS. La gara d’appalto fu vinta dal neonato consorzio tecnico-industriale di imprese europee Alliance. Il consorzio propose di coprire con una cupola il “sarcofago” insieme al vicino terzo reattore per poi effettuare lavori di scavo e di recupero delle scorie nucleari dal reattore distrutto. Ma nella seconda fase, quella di recupero delle scorie, Alliance non s’impegnò: non era loro competenza. Il costo di preventivo della costruzione era di 1 miliardo e 600 milioni di dollari.
Questa somma e la sostanza dell’offerta ha senso ricordarsele. Kiev non disponeva di tali risorse. Il presidente Kravčuk rinunciò alla cupola.

Nel frattempo, la comunità scientifica d’Ucraina esaminò la scandalosa anteprima di pubblicazione dell’Istituto Kurčatov firmata dall’accademico Spartak Beljaev. Nel documento, stampato in 62 esemplari in tutto, si evidenziava che i calcoli riguardanti il “mondo interno” del “sarcofago” di frequente venivano adattati a seconda della condotta e dei dettami delle alte sfere dirigenziali, incluse quelle politiche. Per fare un esempio, nell’opuscolo venivano definiti come “finzione” le immagini di cronaca – che avevano fatto il giro del mondo – dell’accademico Velichov che introduce una sonda di ricerca nel vano del reattore, con la sonda che però andava a cadere non tanto nel vano, ma nella vasca di trattamento nord. Che cosa stava dunque rilevando? Di siffatti esempi in quell’anteprima di pubblicazione ve n’erano molti. S’imponeva una logica conclusione: prima di costruire la prossima struttura protettiva, si sarebbe dovuto rispondere con sincerità ai quesiti sull’esatta ubicazione del combustibile nucleare, sulle sue caratteristiche e dimensioni e sul metodo di estrazione da utilizzare. Tali questioni erano molto care in tutti i sensi.

A Kiev tuttavia girava la voce che il “sarcofago” sarebbe presto stato calato per sempre in profondità, in un pozzo di cento metri che era stato predisposto per il caso di un incidente del genere ancora dai progettisti della centrale nucleare. La mentalità degli uomini postsovietici andava a negare l’evidenza: di certo non potevano non averlo previsto…

Verso la metà degli anni Novanta ci furono frequenti comunicazioni da parte di fonti ufficiali sul brusco aumento del flusso dei neutroni, rilevato dai sensori all’interno del sarcofago. Una reazione a catena, a cui sarebbe seguita un’esplosione?… Addirittura per due volte si era dovuto evacuare il personale della centrale di Cernobyl ancora in funzione. La “Copertura” veniva paragonata a un granaio pieno di buchi. E per ogni intervento di riparazione venivano con urgenza stanziati fondi dal budget nazionale. E quando le somme ritardavano, le “emanazioni” cominciavano a intensificarsi bruscamente.

Per il 10° anniversario dell’incidente il conflitto d’interessi tra coloro che prendevano le decisioni raggiunse il suo picco. L’Occidente prometteva all’Ucraina pagamenti a causa della propria paura. In cambio però insisteva sulla completa chiusura della centrale. (Tenendo anche conto che il terzo reattore, ancora attivo, aveva una parete in comune con il quarto, la richiesta non pareva certo esagerata.) Kiev voleva allo stesso tempo sia i soldi per la “Copertura” sia mantenere funzionante la centrale nucleare.

«Con il “sarcofago” si mantengono Goskomatom (tramite la centrale di Cernobyl), il Ministero per la tutela ambientale e la sicurezza nucleare, il Ministero delle emergenze e l’Accademia delle scienze d’Ucraina. Ciascuno di questi enti dispone di una sua propria banca dati che utilizza a seconda della propria convenienza. Non esiste un’informazione obiettiva», – spiegava allora il consulente capo della Commissione Cernobyl della Rada suprema Vladimir Usatenko. A Vladimir io feci un’intervista nel 1996, dopo che, con l’autorizzazione del direttore generale della Centrale di Cernobyl Sergej Parašin, avevo camminato sul tetto del “sarcofago”. Salendo con il dosimetro per la scala del muro di sostegno, avevo allora provato un senso affidabilità. In ricordo mi consegnarono un certificato con la microdose ricevuta, assolutamente non nociva per la salute. E io scrissi un reportage. A quanto pare, sostenendo le tesi probatorie di uno di quegli enti… Tuttavia furono altre idee a imporsi.

L’arco dell’amicizia finanziaria tra i popoli
Nel dicembre 2000, il presidente Leonid Kučma in tutta solennità, in diretta televisiva, adempì le condizioni dell’Unione europea. Diede il comando per l’arresto dell’ultimo reattore attivo della centrale. A quel punto, la realizzazione del piano di lavori sulla “copertura”, approvato nel 1997 su iniziativa del G7, non avrebbe dovuto più avere ostacoli: tranne però gli animati processi politici in Ucraina e l’ampliamento in Europa della cerchia delle strutture desiderose di partecipare al salvataggio di Cernobyl. Ricostruire oggi l’ordine delle cifre su cui si svolse la battaglia concorrenziale delle compagnie occidentali per la mega-commessa, nonché le interazioni con la Kiev ufficiale – ministri, dirigenti del settore atomico, lobbisti d’ambiente parlamentare e scientifico – pare impresa impossibile. Le testimonianze sono contraddittorie, sebbene coincidano nell’aspetto fondamentale: tutto ciò favorì la crescita galoppante dei costi dell’azione umanitaria.

Nel 2004, ancora con Kučma, la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo indisse una gara d’appalto per la progettazione, la costruzione e la messa in funzione di una nuova struttura (“confinement”) di sicurezza. Nel 2007, ormai sotto Juščenko, fu finalmente firmato il contratto. Il costo del contratto era di 505 milioni di dollari, il tempo di realizzazione di cinque anni. Al lavoro si mise un consorzio francese, il cui nome suonava totalmente ucraino: NOVARKA, cioè “Nova arka” (“Nuovo arco”). Tuttavia, i reclami nei confronti del presidente Viktor Juščenko e della sua “disgustosa gestione” il direttore del Dipartimento per la sicurezza nucleare della Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo Vince Novak chissà per quale ragione li denunciò pubblicamente soltanto dopo l’ennesimo cambio di potere, cioè nel 2010. Cito le sue parole dalla pubblicazione canadese The Glob and Mail: «Per evitare qualunque tipo di perdita a causa della corruzione delle risorse finanziarie stanziate noi abbiamo dovuto mettere in atto le più severe misure di sicurezza, e a volte questo ha significato che ci sono stati periodi, conteggiabili in anni, nei quali nessuno degli ucraini non muoveva più un dito».

La cosa caratteristica è che Kiev non cercò neanche di smentirlo. La Banca a sua volta non stette a gonfiare lo scandalo. E insieme ai paesi finanziatori del Fondo per Cernobyl raccolse ancora più di 900 milioni, non più di dollari, ma di euro. Non furono d’intralcio né la crisi finanziaria mondiale, né i problemi economici interni ai diversi paesi. A esempio, accanto a Francia, USA, Germania, Gran Bretagna, Russia e altri paesi, della messa in sicurezza di Cernobyl con il nuovo “confinement” si preoccupò pure la Grecia, devolvendo 5 milioni di euro. All’incirca la stessa somma venne elargita dal Kuwait.

In totale, secondo i dati corretti e precisati, il costo del progetto è di 1 miliardo e 540 milioni di euro. Per codesta somma NOVARKA ha garantito già nel 2015 l’erezione di un bell’arco, innalzato sopra il “sarcofago”, dal quale successivamente verrà estratto il contenuto nocivo. Riguardo a chi, come, quando e a che costo si occuperà di questa seconda fase – neanche una parola. Un remake degli anni Novanta, con il prezzo della cupola aumentato? «I soldi percorrono un cerchio, in parte depositandosi strada facendo nelle tasche delle persone coinvolte, e ritornano indietro, per il corridoio europeo», – sono le conclusioni fatte dall’agenzia d’informazione ucraina di settore AtomNews. Una serie di esperti – tra cui alcuni premi di stato del Consiglio dei ministri dell’URSS e dell’Ucraina, il primo capo della “Copertura” Vladimir Ščerba e uno degli ex direttori della centrale di Cernobyl Michail Umanec – ha dichiarato all’unisono: è una sorta di corsa sul posto, il “surplace” va bene a entrambe le parti, se i professionisti ucraini tacciono e i consulenti occidentali prendono le decisioni. I “nonni” si sono adoperati a farli passare come “diffamatori”.

Il 26 aprile 2012, Viktor Janukovič giunse a Cernobyl in elicottero, evento per cui, per la prima volta in un quarto di secolo, si formarono delle code di macchine di accompagnamento e della scorta. Per il presidente venne allestita una tribuna con un pulsante speciale. Quel pulsante, premuto, emise un “Tu-u…” Nell’area della centrale, ripulita dal terreno radioattivo, NOVARKA diede inizio ai lavori di montaggio.

Cernobyl

Arriverà nella Zona “Svoboda”?
Dell’organizzazione della mia trasferta nella Zona d’interdizione se n’è occupato il Centro d’informazione dell’impresa statale “Complesso speciale Cernobyl”.
Quando mi divenne chiaro che i francesi, i capi del consorzio, con i giornalisti non ci vogliono parlare, ho cercato di passare dalle retrovie. Provai a rivolgermi per un supporto a David Stulik, press attaché della rappresentanza UE in Ucraina. David inviò delle mail a Bruxelles, motivando la necessità dell’intervista con l’urgenza del tema, io mi beavo quietamente, poiché non avevo mai trovato in precedenza una simile partecipazione tra i funzionari locali. Alla fine a David spiegarono che nel contratto tra la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo e NOVARKA era prevista la limitazione dei rapporti con la stampa. Del resto la banca, nella persona del signor Balthasar Lindauer, era disposta a mettersi in contatto con l’appaltatore generale e a dare il benestare a una conversazione con il corrispondente di «Novaja Gazeta», alle condizioni però che le domande avrebbero riguardato esclusivamente gli aspetti tecnici del progetto. A disturbare Londra non mi sono messa. Anche senza di loro alla centrale di Cernobyl di dépliant illustrativi a colori sull’arco e la sua unicità ce ne sono già in abbondanza…
Inoltre Viktor Nikolaevič Zalizeckij, vicecapo del progetto di costruzione, mi ha condotto per l’area cantieri, dandomi la possibilità di meravigliarmi del severissimo regime di accesso e di controllo, delle giganti volte di metallo (i tubi arrivano dall’Italia, via mare), delle possenti fondamenta (il cemento lo portano dalla Francia), dei martinetti olandesi, delle gru americane, dei rivestimenti turchi e della generale scarsità di persone. Il risveglio evidentemente è previsto per la primavera con la prossima tranche. Qui è raccolta una sorta di internazionale di ingegneri e tecnici di 20 paesi. Ci sono perfino dei costruttori filippini, tanto che è necessario mantenere un vasto organico di interpreti.

– In ogni caso predomina il personale ucraino, – ha precisato Viktor Nikolaevič. – Gli appaltatori hanno messo su un concorso sul posto, come in un istituto teatrale!

Ci siamo fotografati nelle vicinanze del recinto di filo spinato, dietro al quale c’è la parte “sporca” del territorio con il “sarcofago” nel mezzo. Zalizeckij ha chiamato l’ingegnere tecnico per la sicurezza con il dosimetro: durante il turno ha accumulato solo 3 microsievert su 100 ammessi dalle normative. Forse è per questo che anche i rappresentanti dei paesi donatori una volta avevano fatto qui una foto ricordo di gruppo: senza copricapo, alcuni in maniche corte. Mentre i normali turisti stranieri, che pagano le tasse con le escursioni nella zona (il “Complesso speciale Cernobyl” offre pure questi servizi), succede che indossino le maschere antigas al punto di controllo “Ditjatki” e vadano in giro con esse. Tutto dipende dal fondo radioattivo, che si accentua o affievolisce a seconda dell’evento…

Alla vigilia di Capodanno, con alcune centinaia di turnisti-ucraini sono stati regolati i conti: fine del contratto. Hanno provato a metter su un picchetto, un meeting, ma senza troppa convinzione. Ciascuno in segreto sperava di ottenere di nuovo il lavoro, nonostante che la posizione della gestione occidentale fosse nota: un numero elevato di “aborigeni” ostacola l’intensità del lavoro. Esiste inoltre il timore che essi in seguiti possano andare a rimpinguare le file dei “cernobyliani”, esigendo cure, indennizzi e pensioni previsti dalla legge.

– Per i francesi c’è una mensa a parte. A loro danno le cotolette, a noi le brodaglie, come ai porci! – mi diceva indignato il costruttore Vladimir Grygoriv. – I francesi, finito il turno, vengono portati nella cittadina “pulita”di Slavutič, mentre noi restiamo a Cernobyl, negli ex pensionati per studenti. Nella nostra terra i padroni sono forestieri, e noi cosa siamo, schiavi?!

Non avendo ottenuto giustizia, Grygoriv si è rivolto con i suoi amici ai deputati di “Svoboda” (“Libertà”), la cui posizione negativa riguardo all’avvicinamento dell’Ucraina all’Unione europea è nota. «Portate un po’ di pazienza! – gli hanno incoraggiati i nazionalisti. – Faremo ordine anche alla centrale di Cernobyl!».

Secondo Dmitrij Gennad’evič Bobro, primo vicepresidente dell’Agenzia statale ucraina per la direzione della Zona d’interdizione, l’interesse per il territorio da parte degli scienziati occidentali è scemato.

– Tutto quello che riguarda la migrazione dei radionuclidi e lo stato del territorio in quanto tale è stato studiato. Gli aspetti nuovi, interessanti sono legati all’effetto sulla biocenosi del fattore radioattivo – quanto velocemente si adattino la terra e gli organismi viventi. Fukushima non ci fa concorrenza. Loro per fortuna non hanno avuto contaminazione da elementi transuranici, da plutonio anzitutto.

Ma in ricerche di questo tipo gli investitori i soldi non ce li mettono. Parimenti che nei progetti di rilancio economico elaborati dagli esperti dell’Unione europea: a esempio, quello di piantare la zona a colza. Gli esperti, a differenza di Dmitrij Bobro, non sanno forse che negli anni seguenti all’incidente non solo i campi, ma anche i villaggi evacuati e spopolati sono stati invasi dal bosco, che l’80% del territorio è oggi costituito di boschi fitti di conifere e latifoglie, che periodicamente bruciano a causa di incendi…

Malgrado questo, le competenze della zona e della centrale di Cernobyl di recente sono state trasferite dal Ministero delle Emergenze al modesto ministero dell’Ecologia. Il processo di costruzione di un nuovo “confinement” di sicurezza, dilatato nel tempo, è dunque soltanto da benedire. Esso provvede egregiamente a mantenere in vita i sistemi di una serie di enti ucraini. A proposito, per un concorso di circostanze il 2015 sarà l’anno delle elezioni presidenziali. Dopodiché, la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo potrà nuovamente denunciare una “disgustosa gestione” da parte di Kiev. Le scadenze verranno posposte, i donatori cacceranno altri soldi… Infine verrà indetta una gara d’appalto internazionale per l’elaborazione del metodo d’estrazione del contenuto del “sarcofago”.

Ne basterà per un secolo.

Zona d’interdizione di Cernobyl – Kiev
Data: 11.02.2013
Autore: Ol’ga Musafirova
Fonte: http://www.novayagazeta.ru
Traduzione: Stefano Fronteddu

Iniziano gli Europei: non dimentichiamo la Tymoshenko!

Mentre le nazionali di calcio si preparano a divertire sponsor e tifosi negli stadi polacchi e ucraini, Annaviva non può dimenticare Yulia Tymoshenko, prigioniera politica dell’Ucraina di Yanukovich.
Qui una riflessione sulla sua storia, la sua detenzione e il boicottaggio:
http://www.mediapolitika.com/?p=3621
Una sola richiesta per chi guida l’Ucraina: liberatela subito!!

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