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#giardinipolitkovskaja, il ricordo di Anna

Giardini Anna Politkovskaja“Prima di essere una giornalista, Anna era mia sorella, era una donna e una madre bravissima”. Elena Kudimova parla così di Anna Politkovskaja in occasione dell’inaugurazione a Milano dei giardini dedicati alla cronista russa assassinata a Mosca il 7 ottobre 2006. “Quando veniva a trovarmi a Londra – continua la sorella di Anna, che da 14 anni vive in Gran Bretagna – passava intere notti a parlarmi di ciò che aveva visto in Cecenia. Erano racconti terribili” dice alla platea gremita dello Urban Center di Milano.

“Anna prestava la sua voce ai deboli, a chi non si sentiva rappresentato – spiega Vitalij Jaroshevskij, vicedirettore di Novaja Gazeta, il quotidiano dell’opposizione per il quale scriveva la Politkovskaja – In redazione venivano a chiederle aiuto le donne che cercavano i propri figli, scomparsi improvvisamente durante la guerra nel nord del Caucaso; i figli rimasti rimasti senza padre; i padri che avevano perso la famiglia intera. Da quando Anna è morta, anche queste persone sono scomparse”. Perché non c’è più nessuno ad ascoltarle. A capirle. E’ per questo motivo, “per sottolineare l’alto valore morale di Politkovskaja“, che il comune di Milano ha voluto intitolare i giardini di corso Como alla memoria della giornalista, accogliendo la richiesta di circa 2mila cittadini che hanno sottoscritto la petizione dell’associazione Annaviva che da anni si batte affinché il sacrificio di Anna non resti inascoltato.
“Per la salute morale del Paese sarebbe sano che in Russia venisse intitolata una via alla Politkovskaja” dice Jaroshevskij. A distanza di 7 anni dall’uccisione della giornalista, però, ancora nessuno ha pagato per la sua morte. “Non credo che vedremo presto alla sbarra degli imputati i mandanti dell’omicidio di mia mamma. Sicuramente non sotto questo governo – dice Il’ja Politkovskij – Ma io lo spero. Lo spero ancora”.

Poco dopo l’uccisione della Politkovskaja, ricorda Andrea Riscassi, giornalista Rai e fondatore dell’associazione Annaviva, il presidente ceceno Ramzan Kadirov, disse: “Avrebbe fatto meglio a stare a casa a badare alla famiglia”. Non disse che il 7 ottobre 2006, Anna Politkovskaja fu uccisa nell’androne del suo palazzo a Mosca mentre stringeva ancora in mano le borse della spesa.

Oggi, alle 11, ci sarà l’inaugurazione dei giardini Anna Politkovskaja in corso Como a Milano. Vi aspettiamo!

Annaviva

Inaugurazione Giardini Anna Politkovskaja

Annaviva per i giardini Anna PolitkovskajaCi prepariamo alla grande giornata del prossimo 12 giugno, quando alle ore 11 il Comune di Milano inaugurerà i giardini intitolati ad Anna Politkovskaja.

MARTEDI 11 GIUGNO 2013 – ore 17,30
c/o Urban Center Galleria Vittorio Emanuele – Milano

Incontro Dibattito

Una nazione in bilico tra democrazia e restaurazione:
la lezione di Anna Politkovskaja alla Russia di oggi

Interverranno:

Filippo del Corno, Assessore alla Cultura del Comune di Milano

Ilya Politkovsky, figlio di Anna Politkovskaja;
Elena Kudimova, sorella di Anna Politkovskaja;
Vitalij Jaroshevskij, vice direttore del giornale “Novaja Gazeta”.

Introduce e modera: Andrea Riscassi, giornalista RAI
Mercoledì 12 giugno 2013 – ore 11.00 – Corso Como – Milano
intitolazione del giardino dedicato a ANNA POLITKOVSKAJA

Venerdì 14 Giugno 2013 – ore 21
Spazio Teatro 89 torna in scena ELSA’K

Reportage a Cernobyl di “Novaja Gazeta”

CernobylNei diversi anni il “sarcofago” è stato ora sinonimo di tragedia, ora di eroismo, ora di ricatto governativo. Oggi è messo alla prova da ingenti quantità di soldi.

Non i robot
Chi e quando per la prima volta abbia chiamato “sarcofago” l’impianto di “copertura” sopra il quarto reattore esploso della centrale nucleare di Cernobyl, non sono riuscita a scoprirlo. Alla centrale sono sicuri: furono i giornalisti a chiamarlo così. Hanno creato un’immagine simbolo.
Il “sarcofago” venne innalzato alla fine del 1986, sette mesi dopo l’incidente, appoggiando sulle costruzioni rimaste in piedi tonnellate di cemento. All’interno vi rimasero rinchiuse le masse di combustibile nucleare, la polvere radioattiva e l’acqua radioattiva. Quest’ultima si trattava dell’acqua piovana che passava attraverso le crepe e i buchi del tetto e le giunture dell’impianto. Il sarcofago venne costruito a ritmi pazzeschi, con tanti sacrifici, tuttavia il risultato non sarebbe potuto essere diverso. Dalle fessure fuoruscivano le radiazioni.
– All’inizio nel mezzo dell’impianto vi andarono degli uomini, la spedizione dell’istituto Kurčatov, per stabilire in modo non solamente matematico dove di preciso si trovasse e quanto combustibile nucleare fosse rimasto. Circa 200 tonnellate si trovano ancora qui…
Il puntatore scorre lungo le parti interne del plastico della centrale nucleare. Julija Marusič, l’addetta del reparto dei rapporti internazionali e d’informazione della centrale di Cernobyl, sta conducendo una visita nel padiglione dimostrativo, che è anche la sala d’osservazione per gli ospiti. Dietro la grande vetrata, la cui bellezza è un po’ rovinata dagli adesivi “Fotografie e riprese sono categoricamente vietate!”, si staglia nel suo grigiore l’impianto di “copertura”, quello autentico.

– Un fatto è noto: la lastra inferiore del reattore era bruciata e il combustibile liquefatto aveva cominciato a spostarsi. C’era la concreta minaccia che tutto potesse andare a finire nel terreno, nelle acque sotterranee. Allora sotto l’edificio del quarto reattore, dalla parte del terzo, venne tracciato un tunnel. Si era programmato di riempirlo di azoto liquido. Ma poi non ci fu bisogno di farlo, perché le masse contenenti combustibile nucleare si arrestarono spontaneamente nei locali sotto il reattore. E la temperatura cominciò a scendere molto velocemente, molto bruscamente. Letteralmente da 2.000 gradi Celsius a 50. Ancora oggi misuriamo i parametri della temperatura. Sotto il reattore, sotto la superficie del combustibile, alla distanza di due metri, di un metro, ci sono i sensori.

Li installarono i robot?
Purtroppo, gli uomini. Essi trivellarono dei fori nei locali corrispondenti e vi si calarono.

I sensori sono ancora utilizzabili?
Sì, funzionano ancora. Rilevano la temperatura, l’umidità, la potenza del flusso di neutroni, la potenza delle dosi dei raggi gamma. Proprio di recente, a fine 2011, è stato messo in funzione un sistema di controllo automatico della “copertura”, sono comparsi dei sensori moderni. L’impianto ne è costellato nei suoi vari livelli. Ora viene tenuto sotto controllo anche l’andamento delle costruzioni in corso. Sempre in funzione dell’innalzamento della sicurezza del personale. In precedenza inclinazioni e spostamenti si potevano rilevare solo a livello visuale: cioè gli uomini vi andavano dentro… Un altro settore è quello del controllo sismologico, che è diventato molto attuale dopo Fukushima. Il progetto è integrato nella sfera di iniziative previste per la costruzione del nuovo “confinement” (dall’inglese “isolamento”, “privazione della libertà”), finanziato dalla Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo e da una serie di paesi donatori, tutti rappresentati nella nostra esposizione.

Nel 2011 ovviamente saranno state adottate tecnologie robotizzate?
I robot purtroppo non hanno resistito. Gli elevati campi radioattivi hanno fatto andare l’elettronica fuori uso. E inoltre ci sono degli ostacoli squisitamente fisici: parte dei locali sono ingombri, altri riempiti di cemento. Hanno trivellato le fessure…
La stabilizzazione della “Copertura” è costata 50 milioni di dollari. A oggi questo è l’unico progetto completato nell’area della centrale di Cernobyl, realizzato con finanziamenti internazionali.

Il pagamento per la paura
Del fatto che la tenuta del “sarcofago” fosse stata calcolata per tre decenni al massimo e che poi sarebbero servite nuove idee, se ne iniziò a parlare attivamente fin dall’inizio nel 1992, con il rapporto del professor Pellerein, atomico francese che aveva visitato la centrale. Nel giugno di quell’anno, per iniziativa del governo ucraino venne indetto un concorso internazionale per la trasformazione della “Copertura” in un impianto ecologicamente sicuro. I risultati vennero decisi a lungo. L’appalto venne infine assegnato alla compagnia francese Kampenon Bernard. Nella fase d’acquisizione delle basi tecnico-economiche, vennero stanziati 3 milioni di Ecu tramite il programma TACIS. La gara d’appalto fu vinta dal neonato consorzio tecnico-industriale di imprese europee Alliance. Il consorzio propose di coprire con una cupola il “sarcofago” insieme al vicino terzo reattore per poi effettuare lavori di scavo e di recupero delle scorie nucleari dal reattore distrutto. Ma nella seconda fase, quella di recupero delle scorie, Alliance non s’impegnò: non era loro competenza. Il costo di preventivo della costruzione era di 1 miliardo e 600 milioni di dollari.
Questa somma e la sostanza dell’offerta ha senso ricordarsele. Kiev non disponeva di tali risorse. Il presidente Kravčuk rinunciò alla cupola.

Nel frattempo, la comunità scientifica d’Ucraina esaminò la scandalosa anteprima di pubblicazione dell’Istituto Kurčatov firmata dall’accademico Spartak Beljaev. Nel documento, stampato in 62 esemplari in tutto, si evidenziava che i calcoli riguardanti il “mondo interno” del “sarcofago” di frequente venivano adattati a seconda della condotta e dei dettami delle alte sfere dirigenziali, incluse quelle politiche. Per fare un esempio, nell’opuscolo venivano definiti come “finzione” le immagini di cronaca – che avevano fatto il giro del mondo – dell’accademico Velichov che introduce una sonda di ricerca nel vano del reattore, con la sonda che però andava a cadere non tanto nel vano, ma nella vasca di trattamento nord. Che cosa stava dunque rilevando? Di siffatti esempi in quell’anteprima di pubblicazione ve n’erano molti. S’imponeva una logica conclusione: prima di costruire la prossima struttura protettiva, si sarebbe dovuto rispondere con sincerità ai quesiti sull’esatta ubicazione del combustibile nucleare, sulle sue caratteristiche e dimensioni e sul metodo di estrazione da utilizzare. Tali questioni erano molto care in tutti i sensi.

A Kiev tuttavia girava la voce che il “sarcofago” sarebbe presto stato calato per sempre in profondità, in un pozzo di cento metri che era stato predisposto per il caso di un incidente del genere ancora dai progettisti della centrale nucleare. La mentalità degli uomini postsovietici andava a negare l’evidenza: di certo non potevano non averlo previsto…

Verso la metà degli anni Novanta ci furono frequenti comunicazioni da parte di fonti ufficiali sul brusco aumento del flusso dei neutroni, rilevato dai sensori all’interno del sarcofago. Una reazione a catena, a cui sarebbe seguita un’esplosione?… Addirittura per due volte si era dovuto evacuare il personale della centrale di Cernobyl ancora in funzione. La “Copertura” veniva paragonata a un granaio pieno di buchi. E per ogni intervento di riparazione venivano con urgenza stanziati fondi dal budget nazionale. E quando le somme ritardavano, le “emanazioni” cominciavano a intensificarsi bruscamente.

Per il 10° anniversario dell’incidente il conflitto d’interessi tra coloro che prendevano le decisioni raggiunse il suo picco. L’Occidente prometteva all’Ucraina pagamenti a causa della propria paura. In cambio però insisteva sulla completa chiusura della centrale. (Tenendo anche conto che il terzo reattore, ancora attivo, aveva una parete in comune con il quarto, la richiesta non pareva certo esagerata.) Kiev voleva allo stesso tempo sia i soldi per la “Copertura” sia mantenere funzionante la centrale nucleare.

«Con il “sarcofago” si mantengono Goskomatom (tramite la centrale di Cernobyl), il Ministero per la tutela ambientale e la sicurezza nucleare, il Ministero delle emergenze e l’Accademia delle scienze d’Ucraina. Ciascuno di questi enti dispone di una sua propria banca dati che utilizza a seconda della propria convenienza. Non esiste un’informazione obiettiva», – spiegava allora il consulente capo della Commissione Cernobyl della Rada suprema Vladimir Usatenko. A Vladimir io feci un’intervista nel 1996, dopo che, con l’autorizzazione del direttore generale della Centrale di Cernobyl Sergej Parašin, avevo camminato sul tetto del “sarcofago”. Salendo con il dosimetro per la scala del muro di sostegno, avevo allora provato un senso affidabilità. In ricordo mi consegnarono un certificato con la microdose ricevuta, assolutamente non nociva per la salute. E io scrissi un reportage. A quanto pare, sostenendo le tesi probatorie di uno di quegli enti… Tuttavia furono altre idee a imporsi.

L’arco dell’amicizia finanziaria tra i popoli
Nel dicembre 2000, il presidente Leonid Kučma in tutta solennità, in diretta televisiva, adempì le condizioni dell’Unione europea. Diede il comando per l’arresto dell’ultimo reattore attivo della centrale. A quel punto, la realizzazione del piano di lavori sulla “copertura”, approvato nel 1997 su iniziativa del G7, non avrebbe dovuto più avere ostacoli: tranne però gli animati processi politici in Ucraina e l’ampliamento in Europa della cerchia delle strutture desiderose di partecipare al salvataggio di Cernobyl. Ricostruire oggi l’ordine delle cifre su cui si svolse la battaglia concorrenziale delle compagnie occidentali per la mega-commessa, nonché le interazioni con la Kiev ufficiale – ministri, dirigenti del settore atomico, lobbisti d’ambiente parlamentare e scientifico – pare impresa impossibile. Le testimonianze sono contraddittorie, sebbene coincidano nell’aspetto fondamentale: tutto ciò favorì la crescita galoppante dei costi dell’azione umanitaria.

Nel 2004, ancora con Kučma, la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo indisse una gara d’appalto per la progettazione, la costruzione e la messa in funzione di una nuova struttura (“confinement”) di sicurezza. Nel 2007, ormai sotto Juščenko, fu finalmente firmato il contratto. Il costo del contratto era di 505 milioni di dollari, il tempo di realizzazione di cinque anni. Al lavoro si mise un consorzio francese, il cui nome suonava totalmente ucraino: NOVARKA, cioè “Nova arka” (“Nuovo arco”). Tuttavia, i reclami nei confronti del presidente Viktor Juščenko e della sua “disgustosa gestione” il direttore del Dipartimento per la sicurezza nucleare della Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo Vince Novak chissà per quale ragione li denunciò pubblicamente soltanto dopo l’ennesimo cambio di potere, cioè nel 2010. Cito le sue parole dalla pubblicazione canadese The Glob and Mail: «Per evitare qualunque tipo di perdita a causa della corruzione delle risorse finanziarie stanziate noi abbiamo dovuto mettere in atto le più severe misure di sicurezza, e a volte questo ha significato che ci sono stati periodi, conteggiabili in anni, nei quali nessuno degli ucraini non muoveva più un dito».

La cosa caratteristica è che Kiev non cercò neanche di smentirlo. La Banca a sua volta non stette a gonfiare lo scandalo. E insieme ai paesi finanziatori del Fondo per Cernobyl raccolse ancora più di 900 milioni, non più di dollari, ma di euro. Non furono d’intralcio né la crisi finanziaria mondiale, né i problemi economici interni ai diversi paesi. A esempio, accanto a Francia, USA, Germania, Gran Bretagna, Russia e altri paesi, della messa in sicurezza di Cernobyl con il nuovo “confinement” si preoccupò pure la Grecia, devolvendo 5 milioni di euro. All’incirca la stessa somma venne elargita dal Kuwait.

In totale, secondo i dati corretti e precisati, il costo del progetto è di 1 miliardo e 540 milioni di euro. Per codesta somma NOVARKA ha garantito già nel 2015 l’erezione di un bell’arco, innalzato sopra il “sarcofago”, dal quale successivamente verrà estratto il contenuto nocivo. Riguardo a chi, come, quando e a che costo si occuperà di questa seconda fase – neanche una parola. Un remake degli anni Novanta, con il prezzo della cupola aumentato? «I soldi percorrono un cerchio, in parte depositandosi strada facendo nelle tasche delle persone coinvolte, e ritornano indietro, per il corridoio europeo», – sono le conclusioni fatte dall’agenzia d’informazione ucraina di settore AtomNews. Una serie di esperti – tra cui alcuni premi di stato del Consiglio dei ministri dell’URSS e dell’Ucraina, il primo capo della “Copertura” Vladimir Ščerba e uno degli ex direttori della centrale di Cernobyl Michail Umanec – ha dichiarato all’unisono: è una sorta di corsa sul posto, il “surplace” va bene a entrambe le parti, se i professionisti ucraini tacciono e i consulenti occidentali prendono le decisioni. I “nonni” si sono adoperati a farli passare come “diffamatori”.

Il 26 aprile 2012, Viktor Janukovič giunse a Cernobyl in elicottero, evento per cui, per la prima volta in un quarto di secolo, si formarono delle code di macchine di accompagnamento e della scorta. Per il presidente venne allestita una tribuna con un pulsante speciale. Quel pulsante, premuto, emise un “Tu-u…” Nell’area della centrale, ripulita dal terreno radioattivo, NOVARKA diede inizio ai lavori di montaggio.

Cernobyl

Arriverà nella Zona “Svoboda”?
Dell’organizzazione della mia trasferta nella Zona d’interdizione se n’è occupato il Centro d’informazione dell’impresa statale “Complesso speciale Cernobyl”.
Quando mi divenne chiaro che i francesi, i capi del consorzio, con i giornalisti non ci vogliono parlare, ho cercato di passare dalle retrovie. Provai a rivolgermi per un supporto a David Stulik, press attaché della rappresentanza UE in Ucraina. David inviò delle mail a Bruxelles, motivando la necessità dell’intervista con l’urgenza del tema, io mi beavo quietamente, poiché non avevo mai trovato in precedenza una simile partecipazione tra i funzionari locali. Alla fine a David spiegarono che nel contratto tra la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo e NOVARKA era prevista la limitazione dei rapporti con la stampa. Del resto la banca, nella persona del signor Balthasar Lindauer, era disposta a mettersi in contatto con l’appaltatore generale e a dare il benestare a una conversazione con il corrispondente di «Novaja Gazeta», alle condizioni però che le domande avrebbero riguardato esclusivamente gli aspetti tecnici del progetto. A disturbare Londra non mi sono messa. Anche senza di loro alla centrale di Cernobyl di dépliant illustrativi a colori sull’arco e la sua unicità ce ne sono già in abbondanza…
Inoltre Viktor Nikolaevič Zalizeckij, vicecapo del progetto di costruzione, mi ha condotto per l’area cantieri, dandomi la possibilità di meravigliarmi del severissimo regime di accesso e di controllo, delle giganti volte di metallo (i tubi arrivano dall’Italia, via mare), delle possenti fondamenta (il cemento lo portano dalla Francia), dei martinetti olandesi, delle gru americane, dei rivestimenti turchi e della generale scarsità di persone. Il risveglio evidentemente è previsto per la primavera con la prossima tranche. Qui è raccolta una sorta di internazionale di ingegneri e tecnici di 20 paesi. Ci sono perfino dei costruttori filippini, tanto che è necessario mantenere un vasto organico di interpreti.

– In ogni caso predomina il personale ucraino, – ha precisato Viktor Nikolaevič. – Gli appaltatori hanno messo su un concorso sul posto, come in un istituto teatrale!

Ci siamo fotografati nelle vicinanze del recinto di filo spinato, dietro al quale c’è la parte “sporca” del territorio con il “sarcofago” nel mezzo. Zalizeckij ha chiamato l’ingegnere tecnico per la sicurezza con il dosimetro: durante il turno ha accumulato solo 3 microsievert su 100 ammessi dalle normative. Forse è per questo che anche i rappresentanti dei paesi donatori una volta avevano fatto qui una foto ricordo di gruppo: senza copricapo, alcuni in maniche corte. Mentre i normali turisti stranieri, che pagano le tasse con le escursioni nella zona (il “Complesso speciale Cernobyl” offre pure questi servizi), succede che indossino le maschere antigas al punto di controllo “Ditjatki” e vadano in giro con esse. Tutto dipende dal fondo radioattivo, che si accentua o affievolisce a seconda dell’evento…

Alla vigilia di Capodanno, con alcune centinaia di turnisti-ucraini sono stati regolati i conti: fine del contratto. Hanno provato a metter su un picchetto, un meeting, ma senza troppa convinzione. Ciascuno in segreto sperava di ottenere di nuovo il lavoro, nonostante che la posizione della gestione occidentale fosse nota: un numero elevato di “aborigeni” ostacola l’intensità del lavoro. Esiste inoltre il timore che essi in seguiti possano andare a rimpinguare le file dei “cernobyliani”, esigendo cure, indennizzi e pensioni previsti dalla legge.

– Per i francesi c’è una mensa a parte. A loro danno le cotolette, a noi le brodaglie, come ai porci! – mi diceva indignato il costruttore Vladimir Grygoriv. – I francesi, finito il turno, vengono portati nella cittadina “pulita”di Slavutič, mentre noi restiamo a Cernobyl, negli ex pensionati per studenti. Nella nostra terra i padroni sono forestieri, e noi cosa siamo, schiavi?!

Non avendo ottenuto giustizia, Grygoriv si è rivolto con i suoi amici ai deputati di “Svoboda” (“Libertà”), la cui posizione negativa riguardo all’avvicinamento dell’Ucraina all’Unione europea è nota. «Portate un po’ di pazienza! – gli hanno incoraggiati i nazionalisti. – Faremo ordine anche alla centrale di Cernobyl!».

Secondo Dmitrij Gennad’evič Bobro, primo vicepresidente dell’Agenzia statale ucraina per la direzione della Zona d’interdizione, l’interesse per il territorio da parte degli scienziati occidentali è scemato.

– Tutto quello che riguarda la migrazione dei radionuclidi e lo stato del territorio in quanto tale è stato studiato. Gli aspetti nuovi, interessanti sono legati all’effetto sulla biocenosi del fattore radioattivo – quanto velocemente si adattino la terra e gli organismi viventi. Fukushima non ci fa concorrenza. Loro per fortuna non hanno avuto contaminazione da elementi transuranici, da plutonio anzitutto.

Ma in ricerche di questo tipo gli investitori i soldi non ce li mettono. Parimenti che nei progetti di rilancio economico elaborati dagli esperti dell’Unione europea: a esempio, quello di piantare la zona a colza. Gli esperti, a differenza di Dmitrij Bobro, non sanno forse che negli anni seguenti all’incidente non solo i campi, ma anche i villaggi evacuati e spopolati sono stati invasi dal bosco, che l’80% del territorio è oggi costituito di boschi fitti di conifere e latifoglie, che periodicamente bruciano a causa di incendi…

Malgrado questo, le competenze della zona e della centrale di Cernobyl di recente sono state trasferite dal Ministero delle Emergenze al modesto ministero dell’Ecologia. Il processo di costruzione di un nuovo “confinement” di sicurezza, dilatato nel tempo, è dunque soltanto da benedire. Esso provvede egregiamente a mantenere in vita i sistemi di una serie di enti ucraini. A proposito, per un concorso di circostanze il 2015 sarà l’anno delle elezioni presidenziali. Dopodiché, la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo potrà nuovamente denunciare una “disgustosa gestione” da parte di Kiev. Le scadenze verranno posposte, i donatori cacceranno altri soldi… Infine verrà indetta una gara d’appalto internazionale per l’elaborazione del metodo d’estrazione del contenuto del “sarcofago”.

Ne basterà per un secolo.

Zona d’interdizione di Cernobyl – Kiev
Data: 11.02.2013
Autore: Ol’ga Musafirova
Fonte: http://www.novayagazeta.ru
Traduzione: Stefano Fronteddu

Milano, approvato un giardino per Anna Politkovskaja e Gae Aulenti

anna-radio.jpgLe firme raccolte da Annaviva per realizzare un giardino in onore di Anna Politkovskaja hanno avuto successo. Trasmettiamo la felice notizia appena arrivata dal Comune di Milano:

Milano, 6 dicembre 2012 – La piazza e il giardino nell’area Garibaldi-Repubblica saranno dedicati alla memoria di due grandi donne del nostro tempo: l’architetto e designer Gae Aulenti, scomparsa il 1 novembre scorso, e la giornalista russa Anna Politkovskaja, assassinata a Mosca il 7 ottobre del 2006. Lo ha deciso oggi la Giunta comunale, approvando la relativa delibera di intitolazione.

In particolare, il nome di Gae Aulenti sarà legato per sempre alla piazza soprelevata attigua a viale Don Luigi Sturzo e alla confluenza con via Vincenzo Capelli, mentre Anna Stepanovna Politkovskaja sarà ricordata nel giardino tra corso Como, via Vincenzo Capelli e viale Don Sturzo.

“Due donne straordinarie che hanno occupato la scena internazionale grazie al loro grande talento, alla loro tenacia e al loro impegno civico e culturale – ha detto l’assessore alla cultura Stefano Boeri – Due nomi che, grazie a questa intitolazione, si legheranno innegabilmente da oggi alla storia della nostra città e al suo futuro”.

Gae Aulenti, nata nel 1927 in provincia di Udine, si laureò in architettura al Politecnico di Milano nel 1953, dove conseguì l’abilitazione alla professione. La sua formazione coincise con un periodo di straordinario fermento in cui l’architettura italiana era impegnata nella ricerca storico-culturale di recupero dei valori architettonici del passato e dell’ambiente, confluita poi nel movimento Neoliberty. Fu docente universitaria a Venezia e al Politecnico di Milano e Presidente dell’Accademia di Belle Arti di Brera nel 1995-1996. Riuscì sempre a coniugare un’intesa attività internazionale con una particolare attenzione per la sua città d’adozione, come testimoniano il nuovo volto di piazzale Cadorna e dello Spazio Oberdan. Nel 1989 il Comune di Milano le conferì la Medaglia d’Oro di Civica Benemerenza quale “protagonista assoluta nel mondo dell’architettura e del design, un punto di riferimento nella cultura europea che ha contribuito a dar lustro a Milano e alla cultura italiana nel mondo”.

Anna Politkovskaja, nata a New York nel 1958, si impegnò sempre per la difesa dei diritti umani e civili, contro ogni forma di sopruso e ingiustizia in Russia e in Cecenia, arrivando a condannare apertamente l’esercito e il governo russo nei suoi articoli per Novaja Gazeta, quotidiano di ispirazione liberale. Il 7 ottobre 2006 venne assassinata nell’ascensore del suo palazzo, mentre stava rincasando. La sua morte ha prodotto una grande mobilitazione in tutti i Paesi del mondo, affinché venissero al più presto chiarite le circostanze dell’omicidio.

In seguito a una raccolta di firme popolare promossa dall’Associazione Annaviva, il 27 febbraio scorso il Consiglio comunale di Milano ha approvato all’unanimità una mozione per intitolare un luogo di Milano ad Anna Politkovskaja, sottolineando “l’alto valore morale della sua figura, simbolo a livello mondiale del giornalismo del coraggio e della dignità”. In quell’occasione il Consiglio comunale ricordò che “la naturale vocazione internazionale di Milano rende particolarmente importante raccogliere l’istanza di libertà e di ricerca della verità che Anna Politkovskaja rappresenta, cogliendo l’occasione per porre al centro il tema del rispetto dei diritti umani”.

Grazie a tutti coloro (e sono davvero tanti) che ci hanno aiutato!!

Anna Politkovskaja, come fu uccisa la giornalista russa

anna politovskaja.jpgSu Paperblog abbiamo trovato un’interessante articolo di “Matteo” sull’omicidio della giornalista russa Anna Politkovskaja, a cui la nostra associazione Annaviva è dedicata.

Tecnologia dell’omicidio
Chi e come seguì Anna Politkovskaja nella fase iniziale della preparazione dell’omicidio
08.10.2012 Come fu preparato l’omicidio di Anna Politkovskaja Oggi i figli di Anna Politkovskaja Vera e Il’ja, come pure i loro avvocati (Karinna Moskalenko, Anna Stavickaja, Roman Karpinskij) devono firmare il protocollo di presa visione dei materiali della causa penale nei confronti dell’ex-capo della sezione del 4° ufficio della direzione investigativa e di ricerca della GUVD [1] di Mosca, il tenente colonnello Dmitrij Pavljučenkov, posto in un procedimento a parte, in quanto l’accusato è giunto a un accordo con gli inquirenti. Pavljučenkov ha confessato di aver organizzato il pedinamento dell’osservatrice della Novaja gazeta e di aver procurato l’arma per il killer. Concluso l’accordo, firmato dal vice-procuratore generale Viktor Grin’, Pavljučenkov, a tutta evidenza, si è impegnato a raccontare del suo ruolo nel crimine e a riferire agli inquirenti tutti i fatti a lui noti.
La domanda principale oggi è: quanto Pavljučenkov ha adempiuto gli impegni presi? Le parti lese e i loro avvocati non escludono che non l’abbia fatto fino in fondo e se così fosse, da parte loro verrebbe presentata un’istanza per l’annullamento dell’accordo.
In ogni caso oggi si può già raccontare chi e come seguì Anna Politkovskaja nella fase iniziale della preparazione dell’omicidio…

Per continuare a leggere l’articolo su come fu uccisa Anna Politokvskaja cliccate qui

A proposito della giornalista Anna Politokvskaja, domani non perdetevi El’sa K al teatro Nebiolo di Tavazzano (Lo)

 

Elezioni russe viste da Mosca

Novy Arbat, ventunesimo piano, dalla finestra si riescono a vedere i grattacieli di epoca staliniana e oltre ancora fino alle cupole del Cremlino. Il viaggio, organizzato da “AnnaViva” (associazione nata dopo l’uccisione di Anna Politkovskaia, giornalista della Novaja Gazeta), che ci porta in Russia come osservatori internazionali delle elezioni, inizia da qui. Un programma preparato con molta attenzione, con contatti stabiliti già da Milano, ci ha portato a incontrare diverse figure della galassia che si oppone ai presidenti Putin e Medvedev. Oppositori impegnati nel mondo dell’informazione e della società civile. L’aria che si respirava già dalle precedenti elezioni di dicembre – dove “Russia Unita”, il partito di Putin, aveva subito un crollo dei consensi, scesi dal 64 al 49,54% – era quella di colossali brogli elettorali. Gli oppositori, per la prima volta, avevano manifestato pubblicamente il loro dissenso con manifestazioni e catene umane, l’ultima proprio pochi giorni prima del voto di marzo. I timori per l’ex colonnello del KGB erano rappresentati soprattutto da “Gennady Zyuganov” candidato dal vecchio partito comunista e dall’oligarca Mikhail Prokhorov, terzo uomo più ricco di Russia e discepolo di Boris Eltsin. La prima serata ci ha portato a incontrare il vicedirettore del giornale online “e-zine” “Boris Dolcin”, presente al colloquio anche il senatore del P.D. Pietro Marcenaro, a Mosca per conto del Senato Italiano come osservatore ufficiale delle elezioni moscovite.

L’opinione riportata dal giornalista si è espressa nel segno di una grande speranza riposta nei movimenti di opinione che si stanno organizzando e che potrebbero diventare l’ossatura per una futura democrazia. Questa sua speranza ci è stata riportata anche dai successivi incontri avuti con blogger molto giovani, dalla figlia della giornalista “Politkovskaia”, Vera e dal vicedirettore della “Novaja Gazeta” “Vitaly Yaroshevsky”, giornale dove lavorava Anna fino alla sua uccisione. Vitaly, analizzando il momento prima del voto, vedeva nella frammentazione dell’opposizione la debolezza del contrapporsi a un blocco granitico come quello Putiniano e sperava ancora in un risveglio delle coscienze più sensibili, pur sapendo che il mondo della cultura si era schierato in gran maggioranza con “Medvedev” e “Putin”.

Domenica 4 marzo, giornata di voto. Prima tappa ingresso al seggio 164, vicino alla casa natale del poeta e scrittore Aleksandr Puskin. All’ingresso troviamo persone sorridenti, gentili, musica popolare, (come se ai nostri seggi ci facessero sentire un bel Casadei!), atmosfera molto cordiale, fino al momento in cui si rendono conto che non siamo lì per votare, ma molti di noi scattano foto e fanno riprese: a quel punto, sempre cordialmente, ci fanno cenno che non siamo graditi. Tutt’altra atmosfera si respira alla sede di “Golos”, associazione indipendente che riceve finanziamenti anche dall’U.E., nata proprio con la funzione di monitorare la correttezza dei voti russi e dove siamo stati invitati come “AnnaViva”. Le voci amplificate e concitate arrivano da tutta la Russia, raccontano di brogli in diretta, brogli su brogli, la cosa riesce a creare malessere anche a noi che non siamo abituati a simili circostanze.

Fino a quel momento nessuno di noi poteva immaginare ciò che sarebbe poi capitato alla fine della giornata: Putin stravince con un 63% delle preferenze elettorali. Pur pensando di eliminare tutti i brogli che ci possono essere stati, più del 50% dei voti sarebbe stato sicuramente il suo. Tutte le speranze dei molti giovani, dei giornalisti, dei rappresentanti della società civile, che abbiamo incontrato, per il momento sono spazzate via. La dimostrazione di che aria tiri ancora a Mosca è stata data dalla  manifestazione per la vittoria dei Putiniani. Accesso alla piazza soltanto attraverso porte con metaldetector, timore di attentati Ceceni molto forte, migliaia e migliaia di militari, poliziotti, agenti antisommossa, mezzi militari in tutte le vie, la piazza del teatro Bolscioi è un enorme accampamento, uno schieramento di forze tale da far apparire le nostrane manifestazioni degli anni settanta come gite dell’oratorio accompagnate dai vigili urbani. Il tutto si conclude con le lacrime in diretta del nuovo zar Putin.

Il ritorno a Milano ci ha lasciato un’amara consapevolezza: la democrazia come la s’intende ad Ovest di Mosca dovrà ancora attendere.

Sante Cecchi

P.S. Le prime persone che si sono congratulate con il nuovo zar di Russia sono state il presidente siriano Assad ed il nostro Silvio Berlusconi.

A Trieste una via per Anna Politkovskaja?

[Il Piccolo, 13 marzo 2012] Il 27 febbraio il Consiglio Comunale di Milano ha approvato all’unanimità una mozione per dedicare una via, una piazza della città ad Anna Politkovskaja, la giornalista russa uccisa a Mosca il 7 ottobre 2006.

La mozione ricorda “l’alto valore morale e simbolico della figura di Anna Politkovskaja, conosciuta in tutto il mondo per il suo impegno per i diritti umani, per le sue testimonianze dalla Cecenia e la sua fiera opposizione a ogni forma di sopruso e ingiustizia. Anna Politkovskaja ha rappresentato a livello mondiale il giornalismo del coraggio, della ricerca della verità e della dignità”.
Nel suo giornale, la Novaja Gazeta, Anna aveva denunciato l’autoritarismo di Putin, le violazioni durante le guerre cecene, la violenza nell’esercito, la corruzione e brutalità della polizia. Era stata arrestata, minacciata di morte, avvelenata.

Il 4 marzo, il giorno prima delle elezioni presidenziali, incontro a Mosca, con alcuni osservatori dell’associazione Annaviva, la figlia Vera. Il clima è cambiato, a differenza delle altre elezioni la gente si sente protagonista e reagisce. E’ un fenomeno nuovo ma limitato alle grandi città dove l’uso di internet è diffuso; fuori dalle grandi città ci si affida ancora alle autorità, ai datori di lavoro e loro suggeriscono Putin. E qui la sua campagna elettorale, “se non sarò eletto, il paese crollerà”, fa presa. Chiedo a Vera se il processo per l’assassinio di sua madre ha fatto dei passi avanti, se sono stati individuati i mandanti, ma la risposta è negativa; preoccupata, ricorda le parole di sua madre, “la rivoluzione in Russia non sarà mai bella”. E’ venuta con la giovane figlia, di Anna vorrebbe passarle il senso di giustizia, che seguisse come lei quello che ti dice il cuore. 

Alla Novaja Gazeta entriamo nella stanza dove lavorava Anna Politkovskaja; c’è il suo ritratto, la scrivania, il computer, la cassettina della posta “per le lettere tanto attese e le buone notizie”. Il vicedirettore Vitaly Yaroshevsky ci accoglie dicendo che il nostro interesse per Anna è per loro molto importante. La vittoria di Putin non sarà una tragedia, è nato un movimento di opposizione di massa che nessuno si aspettava, il regime è spaventato ma non si prevede un’ulteriore involuzione autoritaria. La primavera russa, se così vogliamo chiamarla, non si può paragonare a quella araba, troppo distante e diversa, ma a quella arancione in Ucraina, che però era politica e aveva un leader.

La nuova Russia la incontriamo con il blogger Philipp Dzyadko, il giovane direttore della rivista Bolshoi Gorod (Grande Città), consultata da 300.000 utenti. Il suo lettore tiposapeva di Anna Politkovskaja, di Mikhail Khodorkovsky, di come funziona il sistema giudiziario in Russia ma considerava inutile partecipare. Ora, inaspettatamente, il clima è cambiato e le persone che scendono in piazza, decine di migliaia, sono convinte che dipende da loro, che stanno facendo la storia.

Attuiamo un blitz simbolico. Andiamo nei giardini di Komsomolskij Prospekt, nel centro di Mosca per mettere le foto di Elsa Kungaeva e Anna Politkovskaja accanto al monumento, eretto poche settimane fa, a ricordo del colonnello Yuri Budanov. Responsabile dell’assassinio, e presumibilmente dello stupro, della giovane cecena Elsa Kungaeva, Budanov fu condannato a nove anni di prigione, rilasciato un anno prima, assassinato poi da sconosciuti, probabilmente ceceni.

Roma, Ferrara, ora Milano. Il Comune di Trieste non vorrebbe dedicare una via, una piazza alla figura della grande giornalista russa Anna Politkovskaja?

Giuliano Prandini

Annaviva a Mosca, photogallery delle elezioni russe

Mentre l’opposizione russa torna in piazza, noi di Annaviva ricordiamo i momenti vissuti lo scorso weekend a Mosca, dove abbiamo assistito alle elezioni che hanno riportato Putin alla poltrona di presidente:

Ricordiamo che Annaviva nei mesi scorsi ha organizzato presidi di solidarietà in contemporanea con le manifestazioni russe a Milano e a Roma. Questa volta abbiamo deciso di fare un “corteo web” su twitter e facebook facendo rimbalzare in rete tutto quel che succederà oggi a Mosca e dintorni.
Usiamo l’hashtag #occupyKremlin e coinvolgiamo il maggior numero possibili di amici!

Foto di Andrea Riscassi, Carlotta Mariani, Luca Bertoni, Marina Davydova e Micol Sarfatti