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giardino dei giusti

Omicidio #Politkovskaja 5 condanne, un piccolo passo avanti

Sono passati 7 anni e mezzo da quando Anna Politkovskaja è stata ammazzata nell’ascensore di casa sua, nel centro di Mosca.

7 anni di depistaggi, di ridicole conferenze stampa di uomini vicini a Putin, di indagini azzoppate, di giudici che scappavano.

7 anni dopo arrivano le prime condanne per l’assassinio della nostra Anna.
Un gruppo di ceceni le avrebbe fatto fuoco cinque volte: uno dei tre fratelli Makhmudov giudicato esecutore materiale, gli altri suoi complici. Questi tre sarebbero stati aiutati a vario titolo da uomini della sicurezza russa (immaginiamo nel tempo libero, non certo in orario di lavoro, altrimenti qualche superiore ne avrebbe dovuto rispondere).

Bene, bravi. I giudici popolari hanno emesso le condanne in base alle prove fornite. Ora il giudice dovrà stabilire l’entità della pena.

Ma perché tre ceceni e tre russi (un altro poliziotto era stato condannato – in un processo parallelo – a 11 anni di galera per aver pedinato e fornito la pistola per uccidere la giornalista) hanno assassinato Anna? Cosa o chi li ha spinti? O meglio chi glielo ha ordinato? Chi ha pagato il loro stipendio per quell’assassinio? Chi ha fornito i rubli per la logistica?

Domande che resteranno senza risposta fino a quando non verranno aperti gli archivi di questa (terribile) stagione putiniana.

È per questo che Annaviva se da un lato saluta questa tardiva giustizia per Anna, dall’altro domanda a gran voce che – prima o poi – qualcuno si prenda la briga di scoprire chi è stato il mandante di quel vile assassinio.

Solo quando alla sbarra finirà chi ha ordinato questo e altri omicidi di giornalisti (che ne è stata della patetica caccia ai killer di Natasha Estemirova che avevate detto di aver individuato, caro presidente Medvedev??) Annaviva potrà finalmente gioire.

Giustizia non è ancora fatta, amici e compagni che ci seguite da sette anni.

Non molliamo ora. Non fermiamoci ad ascoltare le sirene. La strada è ancora lunga.

Ciao Anna. Siamo sempre qui. Non ti abbiamo dimenticato. E non dimentichiamo nemmeno nei mesi in cui sui giornali non si parla di te.

Roma, La Russia di Putin: Sochi e poi?

sochi 2014LA RUSSIA DI PUTIN: SOCHI E POI?

Sochi saluta le Olimpiadi e attende la Formula 1
La crisi in Ucraina
Pussy Riot e Mikhail Khodorkovsky liberi
Dove va la Russia di Putin?

GIOVEDI’ 20 MARZO 2014 – ore 19.00

Libreria Altroquando – Via del Governo Vecchio, 82

ROMA

Intervengono:

Lia Quartapelle (Deputata Pd, Segretario della Commissione Affari Esteri e Comunitari – Camera dei deputati)

Anna Mazzone (giornalista Rai Radio3)

Introduce Luca Bertoni, presidente Annaviva
con Annalisa Bottani, Irene Mossa e Silvana Aversa

Trieste, La Russia di Putin con il prigioniero politico Andrey Mironov

PutinVi segnaliamo che il 3 dicembre a Trieste, in occasione dell’anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, Amnesty International, Gr 121 di Trieste, organizza un incontro con Andrey Mironov, ex-dissidente e prigioniere politico sovietico, sul tema La Russia di Putin.

Andrey Mironov, giornalista e attivista russo, fu arrestato nel 1985 e condannato alla detenzione in un gulag. Mironov venne condannato a quattro anni di detenzione e tre di esilio interno per propaganda sovversiva antisovietica in base all’art. 70 del Codice Penale e mandato in un campo di lavoro per criminali statali particolarmente pericolosi, in Mordovia, circa 600 chilometri a est di Mosca. In prigione e poi nel campo viene rinchiuso in cella di punizione sei volte, messo in una cella con detenuti comuni, durante il processo venne simulata un’impiccagione, svenne.

Dopo un anno e mezzo venne liberato, dichiarò: “sono un turista che ha visitato il gulag”.

Verso la fine del 1986 l’economia dell’Urss stava attraversando una crisi gravissima, il Paese non poteva reggere senza i crediti occidentali. Andrey Mironov era stato condannato per aver rivelato una pesante diminuzione nella produzione di petrolio, da cui l’economia sovietica dipendeva totalmente e per aver distribuito in samizdat (distribuzione clandestina) I Racconti della Kolyma di Varlam Salamov. Gorbaciov e Reagan si incontrarono a Reykjavik, le linee di credito avrebbero potuto essere riattivate dopo la liberazione di 140 detenuti, tra cui lo stesso Mironov.

Durante la guerra in Cecenia Andrey Mironov ha organizzato incontri tra rappresentanti ceceni e deputati russi per una soluzione pacifica del conflitto. In Cecenia ha incontrato Laura Boldrini e ha subito un’aggressione, rimanendo ferito.

La Russia di Putin
Martedì 3 dicembre 2013, alle ore 17
sala Tessitori del palazzo di piazza Oberdan 5, a Trieste

Intanto, sul fronte ucraino, dopo le manifestazioni dei giorni scorsi, anche a Milano, Yulia Timoshenko ha annunciato uno sciopero della fame per spingere il presidente Viktor Yanukovich a firmare l’accordo di associazione e libero scambio con l’Ue. In seguito alle proteste, lo stesso Yanukovich ha dichiarato in video: «Voglio che la calma e la pace regnino nella nostra grande famiglia ucraina».

Putin nominato premio Nobel per la pace per il suo impegno nel caso siriano

Putin Mamedov

Il presidente russo Vladimir Putin è stato nominato per il premio Nobel per la pace. Il nome dell’ex agente del Kgb è stato avanzato dall’Accademia Internazionale di unità spirituale e della cooperazione dei popoli del mondo George Trapeznikov, un gruppo tra quelli autorizzati a proporre candidature per l’importante onorificenza, che ha dichiarato che il presidente “promuove attivamente la fine di tutti i conflitti che sorgono sul pianeta” e ha sottolineato gli sforzi di Putin per prevenire un attacco militare degli Stati Uniti in Siria. Secondo il New York Times, l’Accademia sostiene che “pur essendo il leader di una delle principali nazioni del mondo, Vladimir Vladimirovich Putin si impegna per mantenere la pace e la tranquillità non solo nel proprio Paese, ma promuove attivamente la fine di tutti i conflitti del mondo”.
Il presidente della Trapeznikov, nel giustificare la candidatura, ha dichiarato: “Sappiamo benissimo il ruolo di pacificatore che ha avuto il nostro presidente in zone difficili, soprattutto a Beslan e in Ossezia del Sud”.

Il cantante russo Iosif Kobzon ha sostenuto la candidatura del presidente, confrontando Putin con Barack Obama, che è stato insignito del premio Nobel per la pace nel 2009. “Barack Obama è l’uomo che ha avviato e approvato le azioni aggressive degli Stati Uniti in Iraq e in Afghanistan”, ha detto all’agenzia di stampa Interfax. “Il nostro presidente, che ha cercato di fermare una strage di sangue e che ha cercato di risolvere la situazione con il dialogo politico, merita di più questo importante premio”. Kobzon sottolinea poi che Putin non ha influenzato la candidatura perché è “una persona modesta”.

Il vincitore del premio nobel per la Pace verrà annunciato l’11 ottobre.

Annaviva si incontra questa sera alle 18 all’Ostello Bello di Milano per parlare di “Sopravvivere nella Russia di Stalin e di Putin”, il nuovo libro di Massimo Ceresa. Siete tutti invitati

Fonti: Mirror, Washington Post, Indipendent, La voce della Russia

Atlete russe si baciano ai mondiali di atletica

Tatyana-Firova-Kseniya-Ryzhova

Le atlete russe Tatyana Firova e Ksniya Ryzhova hanno festeggiato con un bacio sulle labbra davanti alle telecamere la loro vittoria ai mondiali di atletica di Mosca. Secondo i media stranieri, il gesto delle atlete è stato una forma di protesta per la politica omofoba di Putin, nei giorni scorsi difesa (poi smentita) da un’altra atleta russa, Elena Isinbayeva.

Finora Tatyana Firova e Ksniya Ryzhova non hanno commentato. Stesso atteggiamento da parte della federazione russa di atletica, mentre i media in Russia hanno ignorato completamente il bacio.

Più che una protesta contro Putin il bacio tra le le due atlete russe potrebbe però trattarsi solo di una vecchia tradizione. Così fecero Leonid Brezhnev, leader del Pcus ed Erich Honecker, segretario del partito socialista della Germania dell’Est nel 1979. Si era parlato di “bacio alla sovietica”, gesto che divenne una delle icone della guerra fredda.

Fonte: Ansa

Una Russia senza Putin

Poco prima delle elezioni presidenziali di marzo 2012, i sostenitori di Putin hanno diffuso questo video in risposta allo slogan dell’opposizione “una Russia senza Putin“. Il video è stato caricato su youtube ed è poi andato in onda su una televisione a favore del Cremlino pochi giorni prima dal voto:

L’atmosfera apocalittica è rafforzata dal ritmo serrato del montaggio e la segnalazione precisa dei mesi e degli anni serve a rendere lo scenario più realistico e quindi verificabile.

L’Huffington Post ha inserito il video tra i 10 più involontariamente divertenti: http://www.huffingtonpost.com/2013/08/10/hilarious-propaganda-videos_n_3727471.html
L’articolo sottolinea che il video fa leva sui timori della popolazione russa ovvero tornare all’umiliazione (l’arsenale russo verrebbe controllato dagli americani), alla sofferenza e alla povertà del passato (inflazione, disoccupazione, guerre civili, violenza in strada,…).

Mila Anufrieva, l’illegalita nell’era Putin

Mila AnufrievaMila Anufrieva sarà ospite di Annaviva il 27 maggio all’Ostello Bello di Milano (trovate l’evento su facebook). Scopriamo qualcosa di lei…

Il regime politico e militare della Russia contemporanea sotto il governo Putin ha le proprie peculiarità. Da molto tempo nel paese cresce il numero di persone invise a un tipo di potere che appoggia i funzionari corrotti. Queste persone subiscono persecuzioni per qualsiasi insignificante o addirittura pretestuosa infrazione della legge.
Sempre più spesso i cittadini politicamente attivi accrescono il contingente dei detenuti politici. Attuare azioni di protesta diventa invece sempre più difficile, poiché il malcontento interessa tutti gli strati della popolazione.
La trasformazione dei mercati, l’appropriazione indebita di proprietà di altri, affari illegali di fusione o assorbimento di capitali hanno condotto e conducono aziende prospere ad un crac economico.
Cresce il numero di dirigenti e business men derubati o ingiustamente condannati.
Uomini d’affari di successo perdono il proprio business. Tuttavia, tanto nella capitale quanto nelle periferie, nemmeno fatti di chiara illegalità e furto riscontrano l’attenzione del potere e dei tribunali. Per questo, per difendere i propri diritti civili e umani, la gente sceglie di abbandonare il paese o di far parte dell’opposizione.

Il successo e la notorietà
La storia di Mila Anufrieva, ex titolare dell’azienda Vanity, è uno dei tanti esempi di questo genere. L’Anufrieva non si è mai opposta al potere, mai ha fatto parte dell’opposizione, rimanendo sempre molto distante dalla politica. Negli anni ’90, all’epoca della Perestrojka, viveva a san Pietroburgo da dove ha aperto la Russia al mondo della moda.
Nel 1993 è stata aperta a San Pietroburgo la prima boutique multimarca. “Sono stata tra i primi in Russia a portare nel paese brands internazionali”, racconta L’Anufrieva in un’intervista. “In Italia ho conosciuto i grandi maestri della moda che volevano penetrare il mercato russo e mi hanno scelta come guida”.
Mila Anufrieva non soltanto ha vestito politici russi e grandi stelle dello spettacolo, da Alla Pugacheva ad Anatolij Sobchak e Ljudmila Narusova. Tra i suoi clienti si annoveravano Sting, Bill Clinton, il gruppo leggendario dei Rolling Stones mentre Naomi Campbell, Claudia Shiffer e Linda Evangelista hanno sfilato per lei.

Il crac
«Nel mio business ci ho messo tutto, l’anima, gli investimenti e l’esperienza, – scrive Mila sul suo blog. – le banche versavano enormi investimenti — siamo diventati uno dei più grandi imperi della moda del paese. Nonostante i quindici anni di storia, l’impero è sprofondato in pochi mesi. Il crollo è incominciato quando il direttore di una banca che aveva stanziato un credito per una collezione, dopo un mese mi ha chiesto di restituirgli i soldi. Non esiste tuttavia grande azienda che possa pagare milioni di euro tanto velocemente. Ho chiesto tempo e mi hanno risposto: «Vorrà dire che la tua vita si trasformerà in un inferno». Così è stato: cause, sequestri della merce, notti insonni. Ho venduto tutto per pagare i debiti. Ma il peggio doveva ancora venire.

La malattia e la salvezza
«Una mattina, al risveglio, mi resi conto di non vederci più dall’occhio sinistro. La diagnosi fu di melanoma, la più terrificante forma tumorale, al terzo stadio, novanta possibilità su cento di morire. I medici si rifiutarono persino di prescrivere la chemioterapia: era troppo tardi. Mi sono sentita morire, distesa sul divano nella dacha di San Pietroburgo. La padrona della moda! Non volevo che i miei figli, che allora avevano sette e due anni, vedessero tutto questo. Quasi tutti i miei più prestigiosi clienti e amici si erano dispersi e io abbondai l’olimpo. Avevo però voglia di vivere e ho afferrato il filo sottilissimo che il destino aveva teso per me. Mi proposero un’operazione all’estero. L’intervento urgente in Svizzera fu la mia salvezza».
Mila Anufrieva considera il 31 maggio del 2007 il suo secondo compleanno.
Proprio in quel giorno le hanno tolto il tumore maligno. L’intervento, complicatissimo, durò 5 ore. Il mattino seguente, il chirurgo disse che l’operazione aveva avuto esito positivo, che fu un caso unico ma non era chiaro quanto ancora le restasse da vivere.

La fine dell’impero
Durante la riabilitazione di Mila, a San Pietroburgo si diffusero voci sulla sua presunta morte. Quando tornò in città, tutto il business apparteneva ormai ad altre persone.
In un secondo tempo si venne a sapere che il suo avvocato ricevette due milioni di dollari per trasferire le proprietà della Anufrieva ad altri (l’avvocato aveva il diritto di firma). A Mila dissero: «Non ti resta più nulla tranne i debiti». Per un ammontare di 6,5 milioni di euro. Sui giornali apparvero moltissimi articoli sul caso.
«Per un anno ho lottato come ho potuto, poi mi impedirono l’uscita dal paese. Presi un nuovo avvocato ma iniziò ha succhiarmi soldi e fui costretta a vendere il mio appartamento», dichiara l’Anufrieva.
Concorrenti molto potenti hanno distrutto Mila professionalmente, eliminandola dal mercato e utilizzando per farlo qualsiasi mezzo, dalla polizia, a strutture criminali e guardia di finanza. L’Anufrieva dovette affrontare processi penali e quando cercò di dimostrare che le avevano sottratto il business e che lei non era che la vittima, le spiegarono che nel paese non esisteva ancora una legge conforme alle sue denunce e che pertanto la sua dichiarazione non poteva essere presa in considerazione.
«Mio marito e mio figlio minore andarono in Italia ma io continuai a battermi per la mia causa tutta la vita. Un anno passò tra gli scontri, un tempo in cui mi distrussero completamente. Nel giorno del mio compleanno, il 12 giugno 2008, raggiunsi la mia famiglia in Italia».

La seconda vita
Per Mila iniziò una nuova vita. Dovette ricominciare da capo, allacciare nuovi contatti, ricostruirsi una reputazione.
In questa fase fu fondamentale l’aiuto del famoso attore russo Stanislav Sadal’skij. Nel suo blog, l’attore pubblicò un annuncio in cui gli ammiratori di Mila si chiedevano dove fosse finita la titolare delle famose boutiques. Una volta trovata, disse: «Mila scrivi tutto! La gente deve sapere».
«Per questo ho aperto il mio blog, che è diventato la mia valvola di sfogo.» – racconta l’Anufrieva «Ho parlato alla gente della mia vita e di quello che conosco meglio: la moda. Si sono rivolte a me con delle proposte aziende russe e italiane. Ho ricominciato ad incontrare gli stilisti europei più noti, frequentare aziende e sfilate e fare ordini. Ho ritrovato me stessa, non mi fermo e vado avanti. L’Italia è diventata la mia seconda casa dove io mi sento felice. Sento l’appoggio e l’aiuto dei miei amici designers Roberto Musso, titolare del famoso ristorante -13 giugno- Saverio Dolcimascolo, designer dei gioielli Osanna Visconti; Morena Zabena, titolare dello show-room Winwood e naturalmente della mia famiglia.
Tanti progetti..Senza patria
«Tutto come prima. La vita senza patria tuttavia è una vita in bianco e nero. Potrò tornare a casa solo quando sul mio caso avranno fatto chiarezza gli organi di difesa del diritto, anche se la mia richiesta avanzata ai suddetti organi due anni fa, di intentare una causa legale per appropriazione indebita è rimasta inascoltata. Tutti mi dicono: Dimentica!, ma non posso farlo».
I progetti attuali di Anufrieva sono molti, anche benefici, a favore di bambini malati. Il Club Rotari la sta supportando in questa attività.
Mila Anufrieva sta scrivendo un libro sulla sua vita ed è in trattativa con uno studio cinematografico negli USA che le ha proposto di girare un film su una donna russa-italiana con un destino tanto complesso.

Traduzione di Anna Agliati

ВЗЛЁТЫ И ПАДЕНИЯ МИЛЫ АНУФРИЕВОЙ
Политический и экономический режим современной России при правлении Путина имеет свои особенности. В стране уже давно растёт количество людей, которых не устраивает власть, опирающаяся на коррумпированных чиновников. Такие люди повсюду подвергаются преследованиям по любому малозначительному или даже надуманному правонарушению. Все чаще политически активные граждане пополняют контингент политзаключённых. Однако подавить протестное движение становится всё труднее, потому что недовольство охватывает всё новые слои населения. Передел рынков, присвоение чужой собственности, противоправные сделки слияния-поглощения капиталов приводили и приводят к краху процветающих компаний. Увеличивается число обворованных или несправедливо осуждённых предпринимателей и бизнесменов. Вполне успешные деловые люди теряют свой бизнес. Однако даже вопиющие факты явного беззакония и грабежа как в столице, так и на периферии остаются без внимания со стороны власти и правосудия. И тогда, отстаивая гражданские и человеческие права, люди делают свой выбор: уезжают из страны или пополняют число оппозиционеров.

История россиянки Милы Ануфриевой, бывшей владелицы фирмы Vanity – один из многих примеров подобного рода. Ануфриева никогда не противилась власти, не была оппозиционером, далека от политики. В 1990-е годы, в годы перестройки, она, жительница Санкт-Петербурга. открывала мир моды для россиян. В 1993 году появился первый в Санкт-Петербурге мультибрендовый бутик Vanity (“тщеславие” – англ.). “Я стала одной из первых в России, кто привёз в страну мировые бренды,- рассказывала Ануфриева в одном из интервью журналистам.- Так как в Италии удалось лично познакомиться с мэтрами мира моды. Их интересовал выход на российский рынок и меня выбрали в качестве “проводника”.”

Мила Ануфриева одевала не только российских политиков и звёзд – от Аллы Пугачёвой до Анатолия Собчака и Людмилы Нарусовой. Её клиентами были Стинг, Билл Клинтон, легендарная группа “Роллинт Стоунз”, а Наоми Кэмпбелл, Клаудиа Шиффер и Линда Евангелиста участвовали в показах.

“В свой бизнес я вложила всю свою душу, финансы и опыт, — признавалась Мила в публикации в своём блоге. — Банки влили огромные инвестиции — мы стали одной из самых крупных империй моды в стране. И несмотря на 15-летнюю историю, она рухнула за несколько месяцев. Крах начался, когда хозяин одного из банков, выделив кредит на очередную коллекцию, через месяц заявил, что я должна вернуть ему деньги. Однако в любой крупной компании немедленно вынуть миллионы евро из оборота невозможно. Я попросила дать мне время, на что получила ответ: «Тогда твоя жизнь превратится в ад». Так и случилось. Судебные иски, аресты товара, бессонные ночи, Я продала всё, чтобы расплатиться с долгами. Но самое страшное было впереди. Проснувшись весенним утром 2007 года я поняла — левый глаз не видит. Диагноз — меланома, самый страшный вид рака, III стадия, смертельный исход в девяноста случаях из ста. Даже от химиотерапии врачи отказались — слишком поздно. Я умирала, лёжа на старом диване, на даче под Санкт-Петербургом. Хозяйка модной империи! Не хотела, чтобы сыновья, которым тогда было 7 лет и 2 года, всё это видели. Почти все мои именитые клиенты и друзья разбежались — я слетела с Олимпа. Но мне хотелось жить, и я ухватилась за тонкую ниточку, которую протянула судьба. Мне предложили операцию за границей. Срочная операция в Швейцарии стала моим спасением”.

31 мая 2007 года Мила Ануфриева считает своим вторым днём рождения. Именно тогда ей удалили злокачественную опухоль. Ювелирная операция длилась 5 часов. На следующее утро врач сказал, что всё прошло успешно, случай уникальный, но сколько ещё отведено прожить — неизвестно.
Пока Мила была на реабилитации, в Петербурге прошел слух: «Ануфриева умерла». Когда женщина вернулась в Санкт-Петербург, весь её бизнес принадлежал другим людям. Позже выяснилось, что её адвокат получила 2 миллиона евро за то, чтобы переписать имущество Ануфриевой на других людей — у адвоката было право подписи. Миле сказали: «Всё, тебе больше ничего не принадлежит, только долги». Это 6,5 миллиона. И посыпались статьи в газетах… Год я боролась как могла, а потом мне закрыли выезд из страны. Я взяла нового адвоката, но она стала из меня выкачивать деньги, заставила продать квартиру..”. Нашлись сильные конкуренты, которые Ануфриеву профессионально утичтожали, убирали с рынка, используя при этом и милицию, и бандитские структуры, и налоговые службы. На неё было заведено уголовное дело, но когда она пыталась доказать, что бизнес был захвачен и она – пострадавшая сторона, ей объясняли, что в стране еще нет соответствующего закона и поэтому её заявление на рейдерство не может быть рассмотрено.

“Муж и младший сын уехали в Италию, но я всё равно боролась за дело всей моей жизни. Почти год прошёл в схватке, за время которой меня просто уничтожили. В свой день рождения, 12 июня 2008 года, я уехала в Италию”.
Для Милы началась другая жизнь. Пришлось всё начинать заново, налаживать связи, восстанавливать свою репутацию. Тогда ей очень помог известный российский киноактёр Станислав Садальский. В своём блоге актёр обратился с вопросом, не знают ли его поклонники, куда пропала хозяйка именитых бутиков Мила Ануфриева. Нашёл, приехал и сказал: «Мила, пиши… всё! Люди должны знать».Так я завела блог, который стал для меня отдушиной, — говорит Ануфриева. — Рассказывала людям о своей жизни и о том, что знаю лучше всего, — о моде. На меня стали выходить с предложениями русские и итальянские компании. Я вновь начала встречаться со знаменитыми европейскими дизайнерами, бывать на фабриках и показах, делать заказы. Я нашла себя, но не останавливаюсь и продолжаю двигаться вперёд. Италия стала для меня вторым домом, где мне всегда рады. Я чувствую поддержку и помощь своих друзей дизайнера Roberto Musso, хозяина знаменитого ресторана “13 giugno” Saverio Dolcimascolo, дизайнера уникальных ювелирных украшений Osanna Visconti, хозяйки шоу-рума “Winwood” Morena Zabeni и, конечно, рядом со мной моя семья.

Всё, как раньше. Но жизнь без Родины — это жизнь в чёрно-белом цвете. Вернуться домой я смогу только после того, как с моим делом разберутся правоохранители. Моё заявление в правоохранительные органы Санкт-Петербурга с просьбой возбудить уголовное дело о рейдерском захвате уже два года остаётся без ответа. Все говорят: «Забудь». Но не могу”.
Проектов на данный момент достаточно много, очень важен для Ануфриевой также и благотворительный проект, организованный в помощь больным детям. В этом её поддерживает клуб «Ротари» в Милане.
Сейчас Мила Ануфриева пишет книгу о своей жизни и ведёт переговоры с одной из киностудий США, которая предложила снять художественный фильм о русской итальянке с такой непростой судьбой.

Giornata mondiale della libertà di stampa

World Press Freedom DayRiportiamo quanto diffuso oggi, giornata mondiale della libertà di stampa, da Reporters sans frontiers:

Reporters Without Borders is today, World Press Freedom Day, releasing an updated list of 39 Predators of Freedom of Information – presidents, politicians, religious leaders, militias and criminal organizations that censor, imprison, kidnap, torture and kill journalists and other news providers. Powerful, dangerous and violent, these predators consider themselves above the law.
“These predators of freedom of information are responsible for the worst abuses against the news media and journalists,” Reporters Without Borders secretary-general Christophe Deloire said. “They are becoming more and more effective. In 2012, the level of vio- lence against news providers was unprecedented and a record number of journalists were killed.
World Press Freedom Day, which was established on the initiative of Reporters Without Borders, must be used to pay tribute to all journalists, professional and amateur, who have paid for their commitment with their lives, their physical integrity or their freedom, and to denounce the impunity enjoyed by these predators.”
Five new predators have been added to the list: the new Chinese president, Xi Jinping, the Jihadi group Jabhat Al-Nosra from Syria, members and supporters of Egypt’s Muslim Brotherhood, Pakistan’s Baloch armed groups, and Maldives’ religious extremists. Four predators have been dropped from the list: former Somali information and communications minister Abdulkadir Hussein Mohamed, Burmese President Thein Sein, whose country is experiencing unprecedented reforms despite the current ethnic violence, the ETA group, and the Hamas and Palestinian Authority security forces, which are harassing journalists less.
To draw attention to their abuses, Reporters Without Borders has drafted indictments against some of these predators in the hope that they will one day be brought before competent courts. To better highlight the gulf between propaganda and reality, the state- ments of some of them have been contrasted with the facts. And to show how some predators really think, we have presented their innermost thoughts in the first person. We had to use a little imagination, of course, but the facts alluded to conform to reality.

neW names in the list of predators
A predator goes and is replaced by another. It is no surprise that Xi Jinping has taken former Chinese President Hu Jintao’s place as predator. The change of person has not in any way affected the repressive system developed by China’s Communist Party.
The list of predators has been impacted by the repercussions from the Arab Spring and uprisings in the Arab world. Members and supporters of Egyptian President Morsi’s party, the Muslim Brotherhood, have been responsible for harassing and physically attac- king independent media and journalists critical of the party.
Jabhat Al-Nosra’s entry into the predators list reflects the evolution in the Syrian conflict and the fact that abuses are no longer attri- butable solely to the regime, represented on the list by Bashar al-Assad, but also to opposition armed groups, which are proving to be more and more intolerant and suspicious towards the media. At least 23 journalists and 58 citizen-journalists have been killed in Syria since 15 March 2011 and seven journalists are currently missing.
In Pakistan, Baloch armed groups, including the Balochistan Liberation Army, Baloch Liberation Front and Baloch Musallah Defa Army, have turned the southwestern province of Balochistan into one of the world’s most dangerous regions for journalists. Consis- ting of armed separatist groups and opposing militias created to defend the central Pakistani government, they have spread terror in the media and created information “black holes.” Pakistan’s intelligence agencies are also on the predators list because of their abuses against the media.
Ever since the army mutiny that overthrew President Mohamed Nasheed in the Maldives in 2012, extremist religious groups have tried to use their nuisance power to extend their influence. They have become more aggressive as the July 2013 presidential election approaches, intimidating news media and bloggers and using freedom of expression to impose a religious agenda while denying this freedom to others.

unacceptable impunity for predators
Physical attacks on journalists and murders of journalists usually go completely unpunished. This encourages the predators to continue their violations of human rights and freedom of information. The 34 predators who were already on the 2012 list continue to trample on freedom of information with complete disdain and to general indifference.
The leaders of dictatorships and closed countries enjoy a peaceful existence while media and news providers are silenced or eliminated. Such leaders include Kim Jong-un in North Korea, Issaias Afeworki in Eritrea and Gurbanguly Berdymukhammedov in Turkmenistan. In these countries, as in Belarus, Vietnam, Uzbekistan and other Central Asian countries, the international community’s silence is not just shameful, it is complicit.
Reporters Without Borders urges the international community not to hide behind economic and geopolitical interests. Thanks to their rich natural resources, Azerbaijan’s Ilham Aliyev and Kazakhstan’s Nursultan Nazarbayev are confident that no one will rap their knuckles. Economic interests come before everything else, as they do with China. It is the same with countries that the West regards as “strategic.”
Iran’s two predators – President Mahmoud Ahmadinejad and the Supreme Leader, Ayatollah Ali Khamenei – have already taken steps to deter the media from providing independent coverage of next June’s presidential election. The waves of arrests of journa- lists that began on 27 January, “Black Sunday,” are clear evidence of this.
Criminal organizations and paramilitary groups that are often linked to drug trafficking – Mexico’s Zetas, Colombia’s Urabeños and the Italian Mafia – continue to target journalists and media they regard as too curious, independent or hostile. In Mexico, a country that is especially deadly for media personnel, 87 journalists have been killed and 17 have disappeared since 2000. Justice has not been properly rendered in any of these cases.
Since Vladimir Putin’s return to the presidency in Russia, the authorities have tightened their grip even further in response to unprecedented opposition protests. The country remains marked by a completely unacceptable level impunity for those responsible for violence against journalists. A total of 29 have been murdered since 2000, including Anna Politkovskaya.

Why are predators never brought to justice?
The persistently high level of impunity is not due to a legal void. There are laws and instruments that protect journalists in connection with their work. Above all, it is up to individual states to protect journalists and other media personnel. This was stressed in Resolu- tion 1738 on the safety of journalists, which the United Nations security council adopted in 2006.
Nonetheless, states often fail to do what they are supposed to do, either because they lack the political will to punish abuses of this kind, or because their judicial system is weak or non-existent, or because it is the authorities themselves who are responsible for the abuses.
The creation of a mechanism for monitoring adherence to Resolution 1738, which Reporters Without Borders has proposed, would encourage member states to adopt specific provisions for penalizing murders, physical attacks and disappearances that target journalists, would extend States obligations to non-professional “news providers” and would reinforce their efforts to combat impunity for such crimes.
At the international level, the legal protection of journalists is also guaranteed by the Universal Declaration of Human Rights, the International Covenant on Civil and Political Rights, the Geneva Conventions and other instruments. The United Nations recently published an Action Plan on the safety of journalists and measures to combat impunity for crimes of violence against them.
The International Criminal Court’s creation has unfortunately not helped advance the fight against impunity for those responsible for the most serious crimes of violence against journalists, although journalists play a fundamental role in providing information and issuing alerts during domestic and international armed conflicts. The ICC only has jurisdiction when the crime takes place on the territory of a state that is a party to the Rome Statute (which created the ICC) or if the accused person is a citizen of a state party.
Furthermore, the Rome Statute provides for no specific charge for deliberate physical attacks on journalists. Article 8 of the statute needs to be amended so that a deliberate attack on media professionals is regarded as a war crime.

Dropped from the predators list
Abdulkadir Hussein Mohamed: also know as “Jahweyn,” this Somali politician is no longer minister of information and telecommunications. His successor does not seem to be directly responsible for harassment, intimidation or other abuses against media personnel. Journalism nonetheless continues to be very dangerous in Somalia, with a total of 18 journalists killed in 2012.
Burmese president Thein Sein: installed as president in March 2011, Thein Sein no longer qualifies as a predator of freedom of information. Under his presidency, the military junta has disbanded and all jailed journalists and bloggers, including Democratic Voice of Burma’s 17 video-journalists, have been freed. In 2012, prior censorship was abolished and many exile media began operating openly inside the country. The first privately-owned daily newspapers appeared in early 2013.
Hamas and palestinian authority security forces: the security forces of the Palestinian Authority in the West Bank and those of the Hamas government in the Gaza Strip have been dropped from this year’s list of predators because the number of their press freedom violations has fallen considerably in the past four years. The situation of freedom of information in the West Bank and Gaza Strip is nonetheless still the subject of concern. The Hamas government recent banned local journalists from working for Israeli media, and many journalists are prosecuted for insulting President Mahmoud Abbas.
Eta: the organization ETA has been dropped from the 2013 list. It announced the “definitive end to armed actions” in 2011 and has carried out no attacks on journalists or news media since then. Reporters Without Borders has of course not forgotten all the journalists who were physically attacked or killed by ETA and continues to demand justice for those crimes of violence. Reporters Without Borders will also continue to be on the lookout for any future threat to media freedom by ETA.

 

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La foresta russa

foreste russeNell’immaginario russo la foresta ha avuto da sempre una forte carica di connotazioni negative, tanto che per sottolineare l’ignoranza di una persona, si dice spesso che è “fitta come un bosco”. In una commedia del 1871 intitolata appunto La foresta il drammaturgo russo Aleksandr Ostrovskij l’ha innalzata quale simbolo del degrado morale della società. Per vasti territori della Siberia Orientale e dell’Estremo Oriente la foresta è sempre stata una grande ricchezza, che però nei nostri giorni sta subendo uno scempio senza precedenti.
Specie vegetali uniche e animali in via di estinzione hanno il loro habitat nelle foreste di quelle zone, comprese tra le ecoregioni censite dal WWF. Di particolare importanza ambientalistica è la parte sud dell’Estremo Oriente dove nei folti boschi di cedri abitano la tigre ussuriana e il leopardo dell’Amur. Fino a ora le lotte ambientaliste hanno riscontrato grosse difficoltà ad arginare la sempre crescente domanda di legname che proviene dell’oltre confine, dalla Cina per l’appunto. La richiesta di legno russo è diventata ancora maggiore dopo che, a causa del disastroso allagamento del Fiume Azzuro, la Repubblica Popolare Cinese aveva imposto delle rigide limitazioni per l’abbattimento delle foreste.
Come rileva la ricerca messa a punto dal WWF nel 2010 e incentrata sui rischi della collaborazione tra la Russia e la Cina nelle zone limitrofe, nel 2009 la quota di legname russo esportato in Cina era del 32 %, in continuo aumento. Il 69 % di questa cifra proveniva dalla Siberia Orientale e circa il 24 % dall’Estremo Oriente. Stando ai dati del 2008 più del 60% del legno esportato era grezzo, senza la minima lavorazione. Il che vuol dire che in questo scambio commerciale con la Cina, la Russia si presenta sostanzialmente come un paese del terzo mondo, che fornisce a prezzi vantaggiosi grandi quantità di materie prime ad un altro stato.
Spessissimo si tratta del legname privo di qualsiasi certificazione, il che vuol dire che non c’è la garanzia che gli alberi siano stati abbattuti regolarmente. E dire che in Russia non mancano le foreste tutelate, anzi, secondo il sistema di certificazione FSC (Forest Stuartship Council) riconosciuto a livello internazionale, che ha come scopo la corretta gestione delle foreste e la tracciabilità dei prodotti derivati. Al 12 febbraio 2013 in Russia risultano certificati ben 33,02 milioni di ettari di foresta. Secondo la ricerca del WWF, il problema sta nel fatto che l’export del legname tra la Russia e la Cina di frequente si svolge attraverso una serie di intermediari interessati a commerciare il legno al prezzo più basso possibile. Sarebbero questi ultimi a infondere, trattando con i compratori cinesi, l’idea che in Russia questo legname non esiste. Ma, secondo il WWF, il paradosso è che il legno che arriva in questo modo in Cina, viene miracolosamente riconvertito riemergendo, magari sul mercato europeo, con il bollino del FSC.

A parlarci del disboscamento dissennato avvenuto nel Territorio del Litorale, promosso dalla crescente richiesta cinese di legnami, è il capo del ufficio forestale della sede dell’Amur del WWF, Evgenij Lepeshkin. foreste europaSono due le forme principali di gestione delle foreste che si riscontrano nel Territorio del Litorale, come del resto in tutta la Russia: quella degli “affittuari” (5 milioni di ettari sul totale di 12) e quella dei “contratti statali”, che diversamente dal primo tipo prevede soprattutto la conservazione delle foreste e solo in secondo luogo l’abbattimento. Molto spesso però in tutti e due i casi assistiamo a forme di abbattimento non regolare, con il tacito accordo degli stessi affittuari o gestori, che o comprano loro stessi il legname così ottenuto, o vengono rimunerati con qualche sotterfugio. Così facendo vengono tagliati grandi quantità di alberi fuori della zona assegnata, che molto spesso sono di qualità più elevata rispetto a quelli ubicati in zone autorizzate. È difficile contrastare questo tipo di abbattimento, visto che la presenza degli affittuari sul territorio è comunque legalizzata. È più facile invece cogliere in flagranza di reato dei singoli individui o delle bande che organizzano dei veri e propri abbattimenti notturni nelle foreste.

Un’atra nota dolente è il disboscamento delle foreste protette, che di fatto è stato reso possibile dal nuovo Codice Forestale firmato dall’allora presidente Vladimir Putin nel 2007. Il Codice ha suscitato numerose proteste tra gli ambientalisti, perché, abolendo l’organismo di controllo della guardia forestale, ha avuto un ruolo determinante nell’espansione incontrollata degli incendi scoppiati in Russia nell’estate del 2010. Quella parte delle foreste protette che non viene affittata, viene assegnata dallo stato attraverso dei concorsi a degli appaltatori. Accade molto spesso che i concorsi vengano vinti da organizzazioni parastatali, le cosiddette “aziende statali”, che sono quel che resta delle istituzioni forestali com’erano prima dell’introduzione del nuovo Codice. L’appaltatore avrebbe come compito il mantenimento del bosco e la vigilanza sugli incendi, mentre per quanto riguarda l’abbattimento, esso potrebbe riguardare solo gli alberi meno preziosi. Molto spesso però accade che le “aziende statali” rivendano i boschi a dei subappaltatori i quali a loro volta le rivendono, in un circolo vizioso. Ciò comporta due conseguenze: gli specialisti che sono chiamati a effettuare i normali lavori di manutenzione sono privati della possibilità di farlo, in quanto il terreno è stato più volte venduto e rivenduto, mentre quelli che per ultimi hanno acquistato il lotto, avendolo pagato una cifra esorbitante, invece di abbattere gli alberi più scadenti tagliano quelli migliori.
Un altro dramma è quello che sta vivendo ormai da anni il Territorio di Transbaikal nella Siberia Orientale. Ne ha parlato di recente l’inviata del giornale Amurskaja pravda che si è recata nel distretto di Krasnyj Chikoj, dove annualmente l’azienda del legno transiberiana ha il diritto in base ad un accordo, di abbattere 15 mila metri cubi di cedro all’anno. La città di Zabajkalsk, il capoluogo del Territorio di Transbaikal, è collegata con la confinante città cinese di Manzhouli con una ferrovia dove annualmente transita il legname per un importo di 10 miliardi di dollari. Mentre le popolazioni di cedri vanno scomparendo, gli abitanti locali, che delle noci di cedro hanno sempre vissuto, sono disperati.
Un ambientalista di Pechino, Wen Bo, interrogato sulla situazione nel Territorio di Transbaikal dalla BBC nel 2008, quando già le conseguenze del disboscamento erano manifeste, ha giustificato così gli imprenditori cinesi: “Se ai russi non importa delle loro foreste e se i funzionari li incoraggiano a fare business illegalmente, distribuendo laute mazzette, imparano presto come si fanno affari in un ambiente del genere”.

Anna Lesnevskaya

Pussy Riot – Una preghiera punk per la libertà

annaviva pussy riotContinua la mobilitazione mondiale a favore della libertà del gruppo punk russo Pussy Riot. Stasera a Milano ci sarà Pussy Riot – Una preghiera punk per la libertà, un evento per presentare l’omonimo libro edito da Il Saggiatore. La presentazione viene ospitata dal centro culturale Macao di via Molise, Milano.

Cossì scrive Macao sul proprio sito per presentare Pussy Riot – Una preghiera punk per la libertà:
“La nostra performance nella cattedrale di Cristo Salvatore era una reazione politica al problema del sodalizio fra il governo di Putin e la Chiesa ortodossa russa. Il patriarca Kirill ha più volte evangelizzato i fedeli in nome del politicante Putin, di certo non un santo, e insiste a esortarli a non partecipare alle manifestazioni di protesta. L’azione politica congiunta delle autorità governative ed ecclesiastiche alla vigilia delle elezioni della Duma, «la due giorni di attesa per la Cintura della Vergine», mirava a dipingere dei cittadini ortodossi non interessati alla politica.
Questo ci indigna quanto i brogli nelle elezioni della Duma. Ecco perché nella nostra performance abbiamo introdotto un nuovo elemento, una preghiera punk pubblica intitolata Maria Vergine, liberaci da Putin. In essa ci opponiamo all’attivismo politico dei fedeli e agli sforzi fatti dal patriarca Gundjaj per distorcere la verità.
Inoltre, era necessario cantarla non in strada davanti alla chiesa, ma sull’altare, un luogo severamente vietato alle donne. La verità è che la Chiesa promuove una visione conservatrice che non corrisponde a princìpi quali la libertà di scelta, lo sviluppo di un’identità politica e sessuale, il pensiero critico, il multiculturalismo e l’attenzione per la cultura contemporanea. A noi sembra che oggi la Chiesa ortodossa non possieda questi valori.
Per quanto riguarda le conseguenze della nostra performance, siamo sorprese dalla violenza e dall’entità della campagna diffamatoria che ne è seguita, nonché dall’arresto di tre donne sulla base di pettegolezzi inattendibili rimbalzati su internet relativi a un loro coinvolgimento. Le minacce che abbiamo ricevuto sono sproporzionate al nostro attivismo. Crediamo che nella sua campagna post elettorale il signor Putin, il cosiddetto «vincitore» di queste elezioni, abbia deciso di vendicare le ingiustizie subite a causa dell’opposizione dei cittadini. Con ogni probabilità, questo attacco è la punizione per la canzone Putin si è pisciato addosso che abbiamo eseguito sulla Piazza Rossa”
da Pussy Riot, Una preghiera punk per la libertà, Il Saggiatore, Milano, 2012
Le Pussy Riot commentavano così il 23 marzo 2012 la vicenda giudiziaria che le ha travolte. Queste e altre parole, le lettere dalla prigione e le dichiarazioni del processo, sono state raccolte e tradotte in italiano nel libro Una preghiera punk per la libertà, pubblicato lo scorso novembre da Il Saggiatore. Macao, Nuovo centro per le arti la cultura e la ricerca di Milano, in collaborazione con Il Saggiatore presenta il 19 dicembre questo libro, per sostenere la lotta delle Pussy Riot e per chiedere l’immediata scarcerazione di Nadezhda Tolokonnikova, Marija Alekhina ed Ekaterina Samutsevic.
Per l’occasione è stata lanciata una Jam Session, aperta a tutti i linguaggi, invitando coloro che intendono sostenere le Pussy Riot a interpretare liberamente brani tratti dal libro e dalla loro produzione artistica e politica.

Il libro Pussy Riot, Una preghiera punk per la libertà costa 12 euro ed è disponibile in versione ebook a 4,99 euro

Anche Annaviva tornerà a occuparsi delle Pussy Riot… continuate a seguirci!